La lunghezza dell’America

Ormai ho capito, per un serie di indizi, regali, coincidenze e preferenze, che la mia strada è un po’ legata alla letteratura americana. E, riflettendo su questo fatto, mi è capitato di fare una riflessione forse anche un po’ banale. Ad esempio mi hanno appena regalato il nuovo libro di Jonathan Franzen, Freedom, non ancora uscito in Italia: sono 542 pagine. Un altro romanzo recente e piuttosto acclamato dalla critica, Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann (lui è irlandese, ma da anni vive a New York e di New York il suo libro parla), ne conta 450. Vien subito in mente un grande della letteratura americana recente, David Foster Wallace: il suo fenomenale Infinite Jest ha 1281 pagine. Per non parlare di Thomas Pynchon, di cui mi sono occupato a lungo di recente: raramente i suoi romanzi hanno meno di 600 pagine. Poi mi volto a guardare all’Italia e mi capita subito fra le mani il vincitore del Campiello 2010, Accabadora di Michela Murgia: meno di 150 pagine. Il caso editoriale italiano degli ultimi anni, La solitudine dei numeri primi: 300 pagine.

Ora, sarebbe un’assurdità giudicare qualitativamente un’opera letteraria dal mero dato quantitativo del numero di pagine (e sicuramente mi verranno in mente fra poco numerosi libri italiani appena usciti e molto lunghi), eppure una riflessione la si può, credo io, comunque fare: gli americani – mettendo dentro a quest’etichetta, come al solito, qualsiasi cosa – ancora si permettono di scrivere romanzi lunghissimi, quasi fiume. E trovano anche un discreto numero di lettori. Sarebbe un bel punto di inizio, forse, per riflettere su una cosa che, questa volta sì a livello qualitativo, mi sembra da anni abbastanza lampante: da un lato la perdita di un certo filone del “racconto europeo”, che ha smarrito identità e coerenza (con qualche eccezione in Francia e ovviamente in Gran Bretagna), dall’altro la pregnanza e la forza di un discorso letterario americano – basato su realtà, sperimentazione e mancanza di pudore – che ha la possibilità di essere pervasivo e, perfino, logorroico.
Che poi le pagine sono un pretesto, e a volte anche un deterrente per non confrontarci con il troppo voluminoso “altro”.
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3 responses to “La lunghezza dell’America

  1. certo la mole non è un criterio. però la si può effettivamente assumere quasi a simbolo. questo enorme numero di pagine sembra come testimonianza di un coraggio e di un desiderio che effettivamente da noi sembra come inibito. come se nella nostra vecchia letteratura, chi scrive dovesse scrivere soprattutto di letteratura e non di vita; del proprio mondo e non del mondo.E' ovvio che le generalizzazioni valgono sempre poco e che chiunque potrebbe portarci controesempi. Quando però molti anni fa lessi 'pastorale americana' la cosa che pensai dentro quella forza narrativa fu proprio qualcosa che aveva a che fare con una possibilità che credevo oramai finita di raccontare delle grandi storie. Storie, per altro, in cui gli individui non corrispondono al loro ombelico. Magari alle loro budella, ma non al loro ombelico.ah: ovviamente attendo con ansia la recensione a puntate.

  2. Sono vergognosamente solo a pagina 5, e il libro inizia a pagina 3: ma c'è già una frase che mi fulminato per sintesi, wit e ironia. Dice: "In the earliest years, where you could still drive a Volvo 240 without feeling self-conscious…". Fantastico. Vi basti per ora.

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