Stuff I’ve been reading/1

Thomas Pynchon, Inherent Vice (Vintage)

L’ultimo libro di Pynchon deve ancora uscire in Italia e probabilmente quando uscirà pochi se ne accorgeranno: peccato, perché quest’ultima fatica dell’autore americano senza un volto unisce al meglio la sua fantasmagorica poetica dell’accumulo e dell’assurdo e una leggerezza nella trama e nelle battute che rende Inherent Vice sicuramente più godibile delle altre opere precedenti. L’atmosfera di fine Sixties, mentre il fenomeno hippie affrontava semincosciente la sua fine sopraffatto dall’autoritaria America di Reagan, avvolge le strampalate indagini del detective privato Doc Sportello, tutto impegnato a risolvere gli assurdi casi dei suoi ancora più assurdi clienti, la propria situazione sentimentale incasinata e la propria memoria minata dall’assunzione massiccia di qualsiasi tipo di droga. Un viaggio ironico e spassoso che ci guida nei meandri paranoici e suburbani di una L.A. come immersa in una sorta di nebbia psichedelica di cui anche chi non ha vissuto quegli anni avrà immediata nostalgia.
Michela Murgia, Accabadora (Einaudi)
Premio Campiello 2010 a questo breve romanzo dalle forti tinte sarde. Murgia scrive in modo impeccabile, forse però infarcendo troppo le sue pagine di una sapienza antica interessante ma spesso eccessivamente proverbiali. La storia che racconta – l’adozione di una giovane ultimogenita da parte di una vecchia sarta che nasconde però la segreta attività che la rende nota come l'”ultima madre” (l’argomento dell’eutanasia è delicatamente sfiorato per tutto il romanzo) – appare antica e sospesa come le terre di Sardegna e, se non fosse per quei minimi riferimenti alla modernità, sembrerebbe una vera e propria leggenda. Una leggenda che fa interrogare sulle più profonde relazioni dell’umanità, dalla maternità alla nascita, dalla morte all’amicizia: perché “non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri ad ogni angolo di strada”.

Ernest Hemingway, A Moveable Feast (Arrow-Random House)
Nessun parigino (eccetto Baudelaire) ha mai raccontato Parigi come fece Hemingway in questo suo diario dei primi anni francesi (in italiano è Festa mobile). Come al solito, Hemingway scrive di minime cose quotidiane lasciando intendere dietro ad esse storie che mai nessuno potrà raccontare e, soprattutto, nessuno saprà evocare con uguale intensità. Lo scrittore americano poi non nasconde particolari frustranti e intimi della sua vicenda, come la povertà mordente (favoloso il pezzo in cui preferisce andare a vedere gli Impressionisti al Luxembourg a pancia vuota, perché li si gusta meglio), le maniacali abitudini di scrittura (spesso in cafè parigini divenuti celeberrimi) o gli affascinanti risvolti ma in particolar modo i difetti lampanti di grandi nomi della cultura dell’epoca come Gertrude Stein o Scott Fitzgerald. Mai nessun scrittore è stato sincero nella sua prosa come Hemingway, mai scrittore è stato così pregnante nel descrivere la città più poetica del mondo: “There is never any ending to Paris… Paris was always worth it and you received return for whatever you brought to it. But this is how Paris was in the early days when we were very poor and very happy.”
Emmanuel Carrère, Facciamo un gioco (Einaudi)
Straordinario brevissimo racconto erotico. Ma qui l’erotismo è l’ultima cosa: quello che è veramente eccitante è la strutturazione dell’intreccio che è un capolavoro di metanarrativa in cui la realtà del lettore si confonde con quella del lettore (o meglio lettrice) originale e in cui le stesse dinamiche di pubblicazione influiscono in modo fulminante sull’effetto ottenuto dalla storia. Si legge in quindici minuti e si rimane folgorati dalla stupenda trovata narrativa. Poi si sa, la vita non va mai come ce l’aspetteremmo.


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