Di "Un karma pesante" volevo scrivere anch’io, ma dopo questo…

Nadia Fusini. Cioè, Nadia Fusini! Voglio dire: NADIA FUSINI. Una recensione spettacolare.

Se la psicoanalisi è una ‘talking cure’, come spiegò al suo dottore una famosa paziente, la protagonista di Un karma pesante, di Daria Bignardi, (Mondadori), ci persuade che a curare lei è piuttosto la scrittura. In prima persona Eugenia Viola racconta la sua vita di donna adulta in rapide pennellate, da regista cinematografica qual è. In un susseguirsi di flashback avanzano in scena i fantasmi interiori che popolano la sua esistenza, un’esistenza che pur nell’incalzare di risultati da ottenere, di successi da conseguire, non smette di interrogarsi sul senso della vita. La protagonista lo riconosce: vivo “da fanatica, cercando di capire le cose e andare fino in fondo”. A Eugenia accadono vere e proprie illuminazioni nel corso del racconto, che con ritmo andante sostenuto procede per aperture esistenziali, affidate ad affermazioni corsare, brusche; cui seguono chiuse altrettanto concitate, dal tono sempre antisentimentale, come se la preoccupazione prima della protagonista fosse tenere a bada il dolore.
Il dolore s’afferma come il vero tema del romanzo. Di dolore si nutre questa impietosa messa a nudo di un’anima attratta dall’azione positiva, realistica – fare, esprimersi, creare, lavorare, risolvere l’energia nell’atto; mentre la medesima energia pericolosamente sprofonda l’anima medesima nel gorgo del dubbio: chi sono io? Questa è la domanda in cui si annida l’angoscia.
E’ la domanda che apre la grande meditazione femminile della signora Ramsay nella meravigliosa elegia che Virginia Woolf rivolge
Al Faro, ricordate? A cena, come fosse l’ultima, la protagonista si chiede: che ho fatto io della mia vita? L’interrogativo apre su sentimenti oceanici, che non trovano risposte capaci a fare sponda.
Non a caso “tutto o niente” sta scritto sullo stemma che riassume all’inizio la spinta vitale di Eugenia, una adolescente inquieta, fragile e forte insieme, tenera e ostinata, che ha una sola fame: vivere. Fino all’ultimo respiro. E’ per fame che cerca avventure estreme, e soffre e continua a soffrire, finché la sofferenza si confonde con la vita stessa. E non vale come antidoto il successo. E’ questo che rende Eugenia diversa dal panorama di creature che sfiora e la sfiorano; lei è una terrorista, manager magari, ma terrorista; lei non cerca come gli altri i piaceri della vita; lei cerca un significato. E il significato apre su qualcosa di estremo – su quell’insieme torbido di dolore e gioia che lei chiama “tutto o niente”. Eugenia è ambiziosa: al di là del principio di piacere per lei si gioca qualcosa di più vero, di più tragico, di più vitale. Anche se doloroso.
Poiché questo è un racconto di iniziazione, alla fine quel ‘tutto o niente’, che in genere vale per i mistici, i pazzi e gli adolescenti, si trasforma. Non vince
Il demone meschino di Sologub, libro che tanto ispira la ragazzina affamata e intraprendente. Vivendo e soffrendo Eugenia scavalca la pietra che all’inizio impaccia il suo cammino e che visivamente nelle pagine d’avvio si confonde con il grosso assorbente che le bascula tra le gambe (è un’immagine inquietante e profonda che ‘buca’ il tessuto narrativo, che per lo più muove in modo veloce, non cerca la bella prosa, la lingua alta, ma commuove con semplicità). E alla fine esce dal fascino equivoco del ‘tutto o niente’ e accetta quel ‘poco o niente’, o quel ‘troppo e male’ – che è la vita. E lo fa grazie a una capriola, quando stipula, se non la pace, almeno una tregua, con la sua propria natura. E comprende: non c’è io senza dolore. Se non un falso io.
Questo salto le riesce perché è donna? Così pare di capire; perché proprio alla fine lei che si sentiva “un pallone troppo gonfio”, pieno soltanto d’aria, e dunque vuoto, scopre che in quel vuoto può fare accomodare altre creature. Quel vuoto è un grembo. In esso si possono concepire altre creature, anche di parole.
Recensione di Nadia Fusini su Repubblica di oggi, 18 novembre 2010


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