Il grande mondo che gira

Descrivere un libro come Questo bacio vada a tutto il mondo di Colum McCann (Rizzoli) è difficile: si tratta infatti di un romanzo intenso in cui si vede l’intrecciarsi di tante esistenze apparentemente isolate ma che, nel grande flusso inarrestabile della vita, s’intrecciano a volte sfiorandosi, a volte impattando con violenza. La protagonista assoluta del romanzo è sicuramente New York, attraversata da cima a fondo dai condomini chic di Park Avenue fino al più malfamato casermone del Bronx; tutt’attorno un corteo di personaggi, tutti con le proprie sofferenze e con le proprie speranze, tutti in qualche modo alla ricerca di un loro spazio, di un equilibrio: un prete irlandese che si danna l’esistenza per salvare dalla strada delle prostitute e salvare se stesso dall’amore che prova per una donna madre; le stesse prostitute che si raccontano in modo nudo e sincero; il fratello di lui che assiste alla sua e alla altrui autodistruzione; una donna di alto ceto che ha perso il figlio in Vietnam ed è ossessionata dal sembrare banale; un giovane ispanico che cerca una dimensione fotografando graffiti in metropolitana; una giovane di buona famiglia che cerca di farsi un’identità nel mondo della sperimentazione artistica. Tutti attraversano vite disparate e disperate, condite di droga, alcool, nevrosi, tutti sperano in un incontro, in un filo che riprenda a definire il loro cammino.

Le metafore dell’equilibrio e del filo non sono casuali. Se nell’ultimo decennio si è più volte raccontato New York attraverso quel tragico e iconico evento che è stato l’11settembre, c’è stato un altro fatto che per anni si è imposto nell’immaginario che descriveva la citta americana, sempre in relazione alle Torre Gemelli: il 7 agosto 1974. un acrobata, Philippe Petit, dopo aver teso un filo fra le due torri, le attraversa con l’aiuto di un’asta per tenersi in equilibrio. Proprio come nel 2001, la città si paralizza con il naso all’insù, a fissare le torri.

McCann descrive questo episodio con levità ed emozione, fa salire tutti quei metri di altezza delle torri e ci trasporta in alto, esposti al vento, mentre percorriamo con Petit il cavo teso fra le Twin Towers. Sono pagine di poesia acuta, in cui si trattiene il respiro. E poi però l’autore ci fa ripiombare giù, nei bassifondi più malfamati, nelle disperazione più cupe dei personaggi che, in un modo o nell’altro, assistono o vengono a conoscenza dell’impresa. Il vertiginoso spettacolo del funambolo e la cruda, sotterranea realtà della vita di ognuno, dal cielo più luminoso alle strade più tetre: e quell’impresa, così soave, così folle, così grandiosa e indimenticabile, in qualche modo impone la sua stessa “poesia”, anche se per un attimo, a queste vite che si trascinano difficili, costringe i personaggi a uscire da loro, dalla loro quotidianità, li obbliga a confrontarsi con l’infinito, l’impensabile, l’irrespirabile. E’ una sfida che l’equilibrista Petit (piccolo anche nel nome) impone a tutti quanti noi avendo sfidato gravità, veritigini, paura e perfino la legge, consacrando le Twin Towers come tempio dell’osservazione collettiva, in una rappresentazione magica e sacrale (quello di Petit non è stato altro che un estremo, totale tributo, in fondo, a quei due grattacieli speculari) che è poi stata così tristemente rovesciata dagli attacchi terroristici del 2001.

Lo stile di McCann, poi, è impeccabile e profondissimo: il punto di vista del narratore è multiplo e di volta in volta si fonde alla perfezione con ciascuno dei protagonisti; inoltre l’incastro temporale delle vicende è costruito con arte e sapienza per dimostrarci come le vite di questi uomini, così come tutte le vite, si incrociano in modi e in tempi inaspettati; la prosa a tratti si fa quasi woolfiana ed è perfettamente calibrata fra ciò che è necessario dire e cosa invece deve rimanere sotteso. Inoltre la maestria di McCann sta proprio nel suo includere tutto l’universo dell’esistenza in un unico tracciato: luoghi, nazionalità, interessi, indoli, professioni le più lontane e differenti vengono accostate, mischiate, assorbite: c’è proprio tutto il mondo qui dentro, il mondo che gira inarrestabile e sempre mutevole (il titolo originale dell’opera, infatti, è Let the Great World Spin, da un verso di Tennyson; inspiegabilmente come al solito la traduzione italiana è diversa, anche se a ricordo mio di un grande bacio in questo libro non v’è praticamente traccia). Alcune parti (l’incidente di un furgoncino, la corsa di Petit degli ultimi metri sul cavo, Jaslyn che porta a morire la madre adottiva in Missouri…) sono descritti con un tale pathos che difficilmente chi legge non può sentirsi avvolto, incluso, partecipe di queste vicende così vere.

In pochi libri ho trovato emozioni così vibranti, quasi sicuramente questo è il libro più bello dell’ultimo anno.

 

 

p.s. La magia dell’impresa di Petit può essere rivissuta in tutta la sua follia mozzafiato in un bel film documentario vincitore del Sundance Festival 2008, Man On Wire. Per chi soffre di vertigini l’intensità è doppia.

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