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Aldo Nove, La vita oscena (Einaudi)
La vita oscena
è un libro potente, che fa star male, che respinge perfino. Aldo Nove ci porta nell’abisso della (di una) sua autobiografia facendoci immergere nell’orrore e nell’abiezione di una giovane vita persa che cerca di ritrovare se stessa o semplicemente di annientarsi. Il racconto è fulminante proprio perché dietro c’è l’esperienza dell’autore e, in modo raffinato e minaccioso, il suo diventare letteratura. Ad un certo punto la storia di questo ragazzo, orfano di madre e padre, sopravvissuto all’esplosione della propria casa, che cerca la fine ultima attraverso droga e promiscuità, diventa pura, sconcertante e violenta pornografia: in un mondo invertito e sottosopra (cioè la nostra epoca, sembra suggerire Nove, portando la sua vicenda a lente per intravedere un intero mondo) solo il sesso può dare senso, solo la trasgressione, il possesso, la mercificazione hanno ancora valore. Eppure c’è anche qualcos’altro, in fondo a tutto questo buio marcio: “Però. Mi interessava la poesia. (…) Perché era a frammenti, come la vita” dice a un certo punto il protagonista. La chiave sta proprio anche nello stile, che a volte tramuta il romanzo in poema. Forse una via d’uscita c’è, forse la salvezza dell’autore (e del lettore) sta proprio nel fatto che una vita oscena si può ancora raccontarla, dirla.

Bret Easton Ellis, Imperial Bedrooms (Einaudi)
Venticinque anni dopo tornano i protagonisti di Meno di zero, sconvolgente cult anni Ottanta sulla giovane generazione di Los Angeles persa nel sole e nella droga. Bret Easton Ellis è geniale nel metter assieme, per descrivere com’è passato il tempo, realtà e finzione: il suo protagonista, Clay, parla di un libro tratto dalla storia sua e dei suoi compagni e di un adattamento cinematografico, proprio come è successo a Meno di zero. Poi però Imperial Bedrooms si sviluppa non come un semplice sequel: certo, ritroviamo un po’ tutti i personaggi della prima opera (tranne quelli morti), ancora tutti alle presi con i soldi, la fama, il sesso, la droga, l’autodistruzione, ma il vuoto morale che li circonda li fa cadere ora in una trama intricata e paranoica degna dei migliori thriller (impagabile l’uso che l’autore fa dei telefonini e dei messaggi per aumentare tensione e suspence).
Il personaggio chiave è proprio Clay, uomo irrimediabilmente concentrato su se stesso, sul proprio ego e sulla soddisfazione dei propri istinti: non c’è morale, senso di colpa, dubbio, emozione che lo possano salvare da un destino tragico, quasi quel destino lo si volesse fino in fondo e non si facesse nulla per sfuggirgli. I personaggi di Easton Ellis sono proprio così, in questo romanzo ancor più dei precedenti: sono figure sfatte dagli eccessi e dalle chirurgie, si trascinano ubriachi da una festa all’altra, non provano alcuna sensazione, alcun rimorso. Nemmeno la violenza più atroce che li coinvolgerà e metterà in discussione la loro indifferenza riuscirà a scalfirli. Anche lo stile riprende questi temi, riflettendo ossessività, vacuità del dire, vanità del ripetere, continue supposizione, innumerevoli allusioni e segreti e incomprensioni.
Easton Ellis cerca di farci capire proprio questo, probabilmente: non possiamo indignarci troppo per personaggi del genere, quando tutto il mondo che ci circonda è altrettanto anestetizzato e menefreghista. Come tutti, Clay cerca solo di obbedire a uno spirito naturalissimo di autoconservazione, tutto intorno il mondo gira a vuoto.

Hector Luis Belial, Saxophone Street Blues (Las Vegas Edizioni)
Saxophone Street Blues è un romanzo di un giovane scrittore che si firma Hector Luis Belial (in realtà è italianissimo e viene dalla mia stessa città). Profondamente debitore al pulp e all’hard boiled americani, è una specie di thriller sui generis in cui, secondo un criterio sfacciatamente postmoderno, buona parte della trama è già rivelata all’inizio. In effetti delle tecniche postmoderne il romanzo si nutre in modo abbondante: citazioni, sovrapposizione di voci narranti, costruzioni ad incastro o seriali, inserti di varia natura… Il risultato finale, se non convincente, è per lo meno accattivante, nonostante i personaggi, un po’ piatti ma tutto sommato efficaci nel loro essere stereotipi dei bassifondi americani. La trama in cui vengono incastrati, però, pur essendo debitrice di parecchi film del genere, ha la sua complessità. Certo che il linguaggio sembra appunto una copia fedelissima di certe sceneggiature americane (Tarantino è citato espressamente come riferimento) e il fatto che sia stato scritto in Italia, invece, lo rende alla fine meno originale, eppure non senza qualche efficace trovata.

David Nicholls, One Day (Hodder, in italiano: Un giorno, Neri Pozza)
Non mi è mai facile abbandonare un libro. Ne soffro, penso che ogni opera possa anche verso la fine possa riscattarsi in qualche modo. Eppure One Day ha messo alla prova la mia resistenza più del dovuto, facendomi arrendere a pagina 154, nonostante ne abbiamo parlato bene quasi tutti e per mesi e mesi sia stato fra i libri più venduti. La tecnica narrativa è sicuramente originale e speciale: raccontare la vita di un ragazzo e di una ragazza esattamente lo stesso giorno (il 15 luglio) per vent’anni consecutivi. Solo quel giorno, solo quello che accade nelle ventiquattr’ore del giorno in cui i due si sono conosciuti per la prima volta. Però si ha costantemente l’estenuante sensazione che i due protagonisti, pur essendo diversissimi fra loro e vivendo in un continuo tira e molla, alla fine siano destinati a finire insieme (cosa che non scoprirò mai a meno che non ne traggano un film). Il tutto è ancora più estenuato dalla verve narrativa dell’autore che costruisce i dialoghi dei personaggi (soprattutto le battute di lei) come se fossero in uno spettacolo di cabaret, con frasi e scambi sfacciatamente pensati per far ridere il lettore o per volutamente fulminare d’inventiva (insomma, quasi a dire: “Avete visto come vi faccio ridere?”). Alcuni passi non mancando di un certo wit, ma l’astrusità delle situazioni, che forzatamente allontanano e avvicinano i due amanti senza grande pathos, li fanno apparire fuori luogo e sfiancanti. Sarà per un altro giorno.


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