Correndo con le forbici in mano

Alla fine di Correndo con le forbici in mano di Augusten Burroughs, l’unico aggettivo che viene in mente è: stravagante. E non in una particolare accezione positiva. La storia, che dovrebbe essere un memoir-scandalo dell’infanzia e dell’adolescenza dall’autore, risulta quasi sempre inverosimile, o per lo meno eccessivamente romanzata. Burroughs racconta della madre psicotica e frustrata che lo abbandona nella strampalata famiglia del suo psichiatra folle e irregolare, e delle vicissitudini che seguono. Principalmente le scorribande di questo ragazzo di tredici anni, già maturo e forse troppo, assieme alle sue “sorelle adottive” in mezzo a squallori vari, fraintendimenti freudiani e diverse precoci esperienze (fra cui una sua relazione omosessuale con un trentenne, anch’esso paziente dello strampalato dottor Finch). Marinano la scuola, cercano risposte sull’esistenza aprendo a caso la Bibbia, assumono cannabis e ansiolitici vari, parlano coi gatti, si barcamenano fra un espediente e l’altro. Il tutto è raccontato con un’ironia pungente, che solo a volte è tagliente e efficace, in un romanzo di formazione sui generis, quasi una non-formazione invece che stona col lieto fine seppur sospeso.
Più che un romanzo, Correndo con le forbici in mano, una specie di Auntie Mame della disperazione e del disagio (e con molto meno stile), sembra più una sceneggiatura di un tipico film indie, e in effetti è eglio la versione cinematografica che ne hanno tratto, Running with scissors (2006), diretta dal creatore di Glee Ryan Murphy e con un cast notevole, fra cui Anette Bening, Gwyneth Paltrow, Alec Baldwin e Joseph Fiennes.

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