La recensione lusinghiera

Si fa leggere in un paio di giorni anche meno il nuovo libro di Alessandro Baricco, Mr Gwyn. L’avevo promessa e quindi questa sarà una recensione lusinghiera, o per lo meno accondiscendente.

Durante la presentazione del romanzo a Milano, Baricco tiene a sottolineare la diversità di quest’opera rispetto alla precedente, Emmaus: se quest’ultimo è stato una successione di scene in bianco e nero, dal processo creativo travagliato e sofferto e dalla scrittura spigolosa e per certi versi disturbante, Mr Gwyn invece è una lunga passeggiata costeggiata di luce, dai passi distesi e sempre uguali. La differenza è notevole, in effetti: qui ritroviamo un Baricco più “solare”, più leggero, e per questo anche più compiaciuto di se stesso e della propria scrittura; in pratica si torna a stilismi che ricordano Oceano Mare e Seta, però con una concentrazione narrativa meno intensa e forse con richiami un po’ sbiaditi. Tutta le metafore sulla luce, sul ritratto, sul “riportare a casa” sono però Baricco al 100%, in modo quasi consolante.
Le trovate narrative, c’è da riconoscerlo – come quasi sempre con questo autore, sono notevoli: il protagonista, Jasper Gwyn, è uno scrittore affermato che decide di smettere di pubblicare libri per trovare se stesso; allora si mette a fare il copista, il copista di persone, cioè ne fa dei ritratti però con le parole. Da qui evolve una storia che lo porta a incontrare persone dalle più svariate e peculiari caratteristiche, tutte caratterizzate da pezzi di umanità originali e commoventi (ben resi nella scrittura, fra l’altro). Il personaggio dell’artigiano che fabbrica lampadine, ad esempio, è stupendo e ci dà dettagli sulle cose del mondo che mai avremmo immaginato.
Il libro si perde però verso la fine, fra l’altro lasciando indietro il protagonista e non dicendoci nulla di come va a finire la sua ricerca personale, se non per rari cenni (c’è addirittura una specie di colpo di scena che il lettore intuisce quasi subito mentre l’autore ritarda e tiene a spiegarlo dettagliatamente pagine e pagine dopo). Le pagine finali sono fra le più inconcludenti mai lette.
Resta comunque un rivolo di poesia, alla fine di tutto. Non una grande morale, nemmeno la sensazione netta di aver letto una grande storia (“grande” e “storia” in senso classico: con inizio, svolgimento, fine, grandi sensazioni, tinte nitide e soddisfazioni morali dopo aver chiuso il volume); però il gusto di aver intravisto una grande verità raccontata bene (come lampadine che si accendono e poi lentamente si rispengono) – è questo il bello, e anche il limite, di Baricco, di farci assaporare quanto di bello e intenso si possa fare con le parole, con le parole in quanto tali, al di là di trame, generi letterari, criteri critici, sviluppi narrativi ecc. La verità è questa: che nella vita ognuno di noi non è (o non interpreta) un personaggio, ma è una storia, una storia intera con tutti i suoi elementi. Una storia che vale la pena leggere, ma soprattutto scrivere.
p.s. Baricco mi ha fatto notare che nella copertina di Mr Gwyn, nell’impronta digitale formata da una serie di parole, è nascosto l’incipit del racconto di Melville Bartleby the Scrivener: quella storia Baricco la raccontava in una trasmissione impeccabile sui libri che si chiamava Pickwick (dal minuto 35). Insomma, se poi ho messo in piedi una roba che si chiama così è anche “colpa” sua.
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