Moto d’orgoglio

Di questi tempi quel che ci vuole, secondo me, è un moto di orgoglio. Siamo nel baratro, ok. C’è la crisi, ok. Quello là prende (e perde) tempo, ok. E noi?
La cosa più dolorosa di tutta questa situazione di instabilità e terrore del precipizio – finanziario a livello generale, e politico per l’Italia in particolare – è che ci fa traslare la responsabilità altrove: sono i mercati, sono le borse, sono le banche centrali, sono le manovre economiche dei governi. E nessuno può farci nulla nel suo piccolo, se non fare come le formiche di Gino e Michele. Per non parlare del fatto che la maggioranza delle persone quando legge un pezzo sulla situazione attuale in cui compaiono sessantacinque volte le parole ‘spread’ e ‘bund’ già non ci capisce più nulla.
La conseguenza un po’ naturale è che si stia lì ad aspettare il cadavere che passi sul fiume, con la netta sensazione che non si possa evitare l’assassinio, magari cercando di fare il possibile nel frattempo per non buttarcisi anche noi, nel fiume.
Però se siamo arrivati a questo punto la responsabilità – piccola piccola – deve essere stata anche nostra. Non ci siamo informati a dovere. Non abbiamo votato come avremmo dovuto. Abbiamo lasciato perdere quando altri esprimevano opinioni incomprensibili e o si lasciavano andare a comportamenti che forse avremmo potuto redarguire. Ci siamo salvati il fegato, ma dannati un po’ l’anima. Non è questione di essere migliori di altri o dare lezioni (cfr. Un grande paese di Sofri: secondo me dovremmo poi tutti ripartire dalle cose dette in quel libro lì), è semplicemente questione di darsi da fare, essere migliori soprattutto per e con se stessi.
E’ quello che dovremmo fare un po’ tutti in questo momento. Migliorarci. Essere più bravi. Impegnarci di più. Essere più buoni anche, se volete. Le crisi – dicono gli studiosi – sfociano sempre in periodi di ripresa: beh, nell’attesa cerchiamo di essere più preparati di fronte a quella ripresa, più consapevoli, più liberi.
E’ il moto d’orgoglio di cui parlavo prima: non è il “Fate presto” del Sole 24 ore di oggi (messaggio pur da condividere), è il “Facciamo presto e meglio” di tutti quanti sempre.
Non so: leggiamo un giornale in più, facciamoci dare lo scontrino al bar che non ce lo fa mai, decidiamo di dare il 5 per mille alla ricerca quando sarà il momento, non spendiamo solo per placare la nostra tristezza, stiamo a sentire chi sta peggio di noi, cediamo il posto in metropolitana a una vecchietta, non parcheggiamo in seconda fila, non rinunciamo mai a spiegare a un bambino anche le cose più complicate, andiamo nelle botteghe equosolidali, dialoghiamo sempre anche con quelli che la pensano diversamente da noi ma non per convincerli ma per far vedere che pensarla diversamente non è un crimine, ma uno stato di fatto che rende ricchi, non parliamo male dell’Italia, sorridiamo di più per strada. Sono cose inutili dal punto di vista pratico e troppo buoniste per avere senso? Può darsi. Siamo anche buonisti per una buona volta, ma siamolo per essere migliori. L’importante è che non ci sia una resa, ma una determinazione. Si tratta di non diventare aridi, e vecchi. Nelle cose piccole e insignificanti, come in quelle grandi e importanti. Non lasciamo nulla al caso, nulla ad altri.
Così non ci saranno scuse, la prossima volta che le cose andranno male. Siamo noi i protagonisti. E’ di noi e dei nostri destini che si gioca in Borsa in questi giorni. Difendiamoci soprattutto da noi stessi, dalla rassegnazione, dall’apatia. Dimostriamo che questa crisi non ci appartiene, non l’abbiamo creata noi e che anche grazie a noi ne usciremo.
Siamo tutti più orgogliosi. Più bravi. Perché ce la faremo.

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