Il saggio sul matrimonio

La trama del matrimonio di Jeoffrey Eugenides è stato – nel piattume generale – uno dei libri più interessanti dell’anno scorso. Ne parlavo su Cabaret Voltaire di dicembre.

Per parlare de La trama del matrimonio, l’ultimo romanzo-fiume di Jeffrey Eugenides, pubblicato a sette anni dal precedente acclamatissimo Middlesex, devo aprire una parentesi autoreferenzial-autobiografica: spesso noi di Cabaret Voltaire ci domandiamo se gli articoli che scriviamo (soprattutto questi qui di letteratura) non abbiano un aspetto troppo “saggistico” e meno l’incisività di un agile stile giornalistico-narrativo. Dico questo – lasciando poi il giudizio ai lettori – perché lo stile saggistico in Eugenides è una dominante quasi imprescindibile: nel tessuto narrativo delle varie vicende, l’autore inserisce numerose digressioni sui temi più disparati, dalle teorie di critica letteraria dei Formalisti e dei Decostruzionisti alla riproduzione diploide o aploide dei lieviti, dalla situazione dell’India negli anni ’80 con annessa Madre Teresa di Calcutta alle descrizioni degli effetti neurologici di certi farmaci contro la depressione e così via. Ovviamente è un romanzo, anzi un buon romanzo e quindi tutto è trasmesso a chi legge con una certa agilità, soprattutto nei dialoghi, favoriti dal fatto che i protagonisti sono tutti neolaureati che discutono quotidianamente di saggi che hanno letto o lezioni cui hanno assistito. Ma tutta questa abbondanza di informazioni extranarrative è una caratterista estremamente peculiare, per non dire straniante, di una particolare generazione di scrittori americani che sono irrorati da questa potente vena saggistica (che sia Franzen che parla di ornitologia e bird-watching o Palahniuk che illustra l’industria del porno). Caratteristica, questa, sicuramente estranea al gusto editoriale italiano ma che ben volentieri si accoglie in testi importati dall’America.

In questo romanzo s’incrociano appunto le storie di tre giovani troppo presi dal combattere le loro manie per vivere in modo usuale l’American way dei primi Ottanta in cui la storia è calata: Leonard combatte contro il suo disturbo maniaco-depressivo fuggendo da un passato famigliare drammatico e dalla sua mente troppo geniale; Mitchell scappa da un rifiuto amoroso cercando se stesso nella fede cristiana e nel volontariato; Madeleine, quella che esce meno fortemente nel libro ma la cui ricerca è forse la più profonda, lotta per staccarsi dal suo conformismo da middle class, al contempo cercando di trovare un equilibro nell’amore e negli studi (specializzandosi, non a caso, sulle trame matrimoniali dei romanzi d’epoca vittoriana). Le loro storie s’intrecciano quanto basta perché tutti si feriscano l’un l’altro coi loro rispettivi egoismi (ma siamo tutti egoisti quando si tratta di cercare e salvare noi stessi): l’effetto un po’ disturbante è quello, però, che ognuno dei personaggi sia così ombelicamente concentrato sui problemi che l’affliggono da non curarsi di ciò che accade fuori nel mondo (Mitchell lo fa solo incidentalmente nei suoi viaggi, ma viaggia come viaggiano tutti gli Americani…). Questi giovani appena usciti dall’università, poi, sezionano ogni sentimento e ogni situazione con rigore accademico (spietato, molto spesso), dimostrando la sterilità e la crudeltà di tante illusioni ed emozioni umane (fra filosofia e misticismo, anche qui ritorna la vocazione saggistica). Più si è culturalmente consapevoli della propria entrata nel mondo, sembra dirci Eugenides, più si soffre.

Paradossalmente ogni qual volta la trama si sofferma sui temi dell’amore e del matrimonio (pasticciato, improvvisato, sciagurato, premeditato al limite dell’ossessione), emerge ancora più chiaramente la solitudine di questi destini che si uniscono solo a patto di mettere assieme le rispettive idiosincrasie ma senza mai poter arrivare a una conciliazione positiva (“E a volte erano molto tristi”, recita il titolo della penultima parte). Eugenides ha il merito di mettere assieme tutte queste disperazioni in maniera impeccabile, spostandosi da un punto di vista all’altro e cucendo assieme salti temporali anche vistosi e a scatola cinese con rara maestria. La distanza temporale da cui narra, poi, gli consente l’uso di un’ironia potente e pervasiva, spesso compiaciuta, che è impietosa a sottolineare le bizzarrie degli atteggiamenti e delle pose degli individui, poi non tanto diversi da quelli che popolano i giorni d’oggi. In generale, si può dire che La trama del matrimonio sia un libro tecnicamente avvincente, ma non facilmente digeribile: c’è tutto un universo di insicurezza e sofferenza lì dentro, ci siamo dentro tutti noi, quando siamo stati (o ancora siamo) giovani, stupidi, pieni di noi, però mai così incerti e depressi. Tutti in cerca di un qualcosa, un matrimonio magari, che ci dia un briciolo di stabilità.

Da annotare infine che gli intenditori apprezzeranno il romanzo anche per un altro aspetto gustoso. Questi scrittori americani della generaizone “saggistica” – soprattutto Eugenides, Frazen, Wallace – hanno raggiunto il successo praticamente nello stesso periodo e nello stesso ambiente, New York: inevitabile dunque che fra loro sia nate relazioni di amicizia, spesso profonde e altrettanto spesso venate di ammirazione come di invidia.

Innegabile che Eugenides abbia voluto in questo romanzo rendere omaggio l’amico David Foster Wallace, morto suicida nel 2008, inserendo nei suoi protagonisti aspetti peculiari del compianto collega: Mitchell è tutto preso da una ricerca mistica e spirituale che lo porterà ad avvicinarsi al Cristianesimo; Leonard, invece, che assomiglia ancora di più allo scrittore, ha in comune con lui la depressione, la dipendenza da farmaci, l’abitudine di masticare tabacco, la predilezione per larghi maglioni di lana, i capelli portati lunghi e le bandane a raccoglierli. Sembra proprio un tributo speculare a Wallace, con una sola piccola eccezione finale. Perché si sa che i romanzi sono molto spesso più clementi della vita.


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