Il senso della fine

In un intervento sulla Domenica di questa settimana, Tim Parks sostiene che può essere lecito abbandonare i libri a un certo punto, anche quelli buoni, quando è giunto il momento giusto (alcuni testi segnalerebbero addirittura da sé quando arriva quel momento), e che forse avrebbe di molti libri una considerazione meno positiva se li avesse portati a termine. È una posizione interessante, ma più ci penso e più la trovo parziale: un film di Hitchcock avrebbe lo stesso effetto senza gli ultimi dieci minuti finali? E l’ultima cena di Veronese se gli togliessimo una fascia di 10 cm in fondo? E un sonetto di Petrarca senza l’ultima terzina? Sembra una banalità dire che le opere d’arte tutte, e quelle letterarie in generale, siano tali perché costruiscono pagina dopo pagina, elemento dopo elemento, un percorso che porta al compimento finale, che è inevitabilmente un compimento globale. Certo, difficilmente definiremmo certi libri opere d’arte, ed è responsabilità di molti autori non sapere reggere tensione e qualità narrative fino alla fine. Però, bello o brutto che sia, il finale fa parte del libro (nonostante la mancanza di conclusione in sé lasci margini a possibilità espressive davvero interessanti). E abbandonare un libro è più che legittimo, però non mi pare possa essere giustificabile dal punto di vista estetico o critico. Ovvero: abbandonare un libro è una pura scelta del lettore, appunto giustificabile ma arbitraria. A volte ci fa semplicemente comodo, per svariate ragioni, e molti critici lo sanno bene.

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