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David Leavitt, La lingua perduta delle gru, Mondadori
Uscito alla fine degli anni Novanta, questo libro, assieme al suo autore, divenne praticamente di culto. Più per immedesimazione di un certo pubblico di lettori, credo io, che per effettivi meriti letterari dell’opera. Ambientato in una New York insolitamente poco ospitale, il romanzo racconta la storia di Philip, giovane omosessuale dalle grandi incertezze emotive, e dell’universo di personaggi più o meno repressi che gli ruotano attorno: sono soprattutto il padre, anche lui omosessuale ma in the closet e con un sacco di segreti accumulati negli anni, e la madre, frustrata da un matrimonio ormai fasulla e dall’insicurezza incombente sul suo futuro, a catturare l’attenzione del narratore e dei lettori. Un’attenzione che sfocia ogni tanto nel fastidio, perché tutti i personaggi, concentrati come sono nei loro dissidi interiori, vengono rappresentati anche nella paralisi paurosa della loro condizione. La storia va avanti a fatica in una successione quasi forzata di insuccessi e delusioni, per non parlare delle frustrazioni: inutile dire che tutto si conclude con un finale sospeso, in cui tutti i protagonisti si trovano davanti alle questioni più cruciali della loro esistenza, senza che a noi venga dato il minimo indizio su come (e se) le risolveranno. Anche lo stile è talvolta banalmente trascurato (e si ha il forte dubbio che non sia gran colpa della traduzione). Appunto, l’unica forza del libro sta nel documentare un periodo storico e un ambiente preciso dell’omosessualità newyorkese anni ’90 ancora sospeso fra ambiguità, promiscuità e repressione. E in certi casi ci si domanda se qualcosa sia veramente cambiato.

Jan-Philipp Sendker, L’arte di ascoltare i battiti del cuore, Beat-Neri Pozza
A volte ci diamo tali arie da critici intellettuali che facciamo di tutta un’erba un fascio, e quindi anche tutti i romanzi sentimentali vengono bollati aprioristicamente come banali o mediocri. Questo romanzo di Sendker, pur nella sua semplicità e nonostante qualche tic linguistico forse troppo abusato (la prima parte è piena di insopportabili quanto numerosissime domande retoriche che la protagonista rivolge a se stessa), ha il pregio di raccontare con grande trasporto una storia d’amore e di ricerca resa ancora più affascinante dalla magica e misteriosa ambientazione birmana. Julia Win, quattro anni dopo la scomparsa del padre che sparisce senza dare notizie, si mette sulle sue tracce e approda nel paese natale di lui, Kalaw: qui un misterioso vecchio le racconta con parole magiche e sognanti il clamoroso passato del padre e soprattutto la grande storia d’amore che ha segnato la sua esistenza. Tutto è raccontato con dolcezza e raccoglimento, in un sentimentalismo che si salda talvolta a un misticismo non banale anche se elementare. Soprattutto se per amore si è sofferto (o si sta soffrendo) veramente, questo libro è una pausa rinfrescante ed emozionante: perché non insegna veramente come ascoltare i battiti del cuore, ma consiglia almeno di provare a mettersi in ascolto. Forse è l’attesa e il concedersi tempo la più grande lezione del libro.

Nicola Gardini, Le parole perdute di Amelia Lynd, Feltrinelli
Se non mi fossi trasferito a Milano da qualche tempo, questo libro forse l’avrei capito meno: perché essenzialmente il motore centrale delle dinamiche narrate è un condominio della periferia milanese, e in particolare la portineria di questo stabile. Lì il giovane protagonista Chino è testimone delle fatiche della madre Elvira, la portinaia (o come preferirebbe lei, custode) appunto, dei soprusi e delle malignità infertele dalle gallinacee condomine, delle vite più o meno strampalate, sempre più o meno tristi che animano quell’universo colorato e ingestibile. A sconvolgere l’esistenza non proprio pacifica del condominio è l’arrivo della misteriosa Amelia Lynd, che è tutto ciò che le altre signorotte del palazzo non sono: colta, riservata, spartana, controllata, non convenzionale. Sarà soprattutto il giovane Chino a trovare in lei un’ancora per uscire dall’umiltà della sua condizione e dalla falsità del mondo vuoto del pettegolezzo e dei sogni mancati. Una chiave di lettura della storia è proprio questa: ci si salva dalla solitudine (personale, affettiva, intellettuale) solo se ci si abbandona a conoscenze di persone che ci salvano, ci fortificano, ci guidano nella strada. Chino – anzi Luca – grazie alla signora Lynd, e poi al figlio di lei, impara l’inglese, ad amare la poesia, vuole studiare al classico, impara perfino ad amare. Riesce perfino a capire e a colmare d’affetto quella madre così intrappolata nel suo ruolo sociale di guardiana della vita condominiale, assieme vittima e fomentatrice del pettegolezzo e della superficialità d’androne, da restarne infelicemente schiacciata. A dare ampio respiro sono anche alcune pagine scritte con grande sentimento, sulla poesia, il significato delle parole, il valore della vita nel contesto della filosofia e della politica: danno un po’ un effetto saggistico a volte, ma sono anche fondamentali tasselle nella formazione del ragazzo. Gardini, poi, ha una penna impietosa nel descrivere piccolezze, vizi, spigolosità e crude verità di queste anime piccolo- o per niente borghesi (perfino il rapporto fra i genitori di Chino è denudato con cinica ma assolutamente realistica precisione). Si resta forse un po’ delusi verso la fine, perché verso questi personaggi si prova comunque un certo senso di tenerezza, e non sapere come proseguiranno le loro esistenze fragili è un po’ un peccato.

Virginia Woolf, Sul cinema, Mimesis
Questo piccolo libretto scovato in una libreria indipendente di Verona (sempre siano lodate) racchiude due brevi saggi, uno effettivamente sul cinema e l’altro sulla potenza immaginifica delle parole. È una piccola edizione preziosa che ci permette ancora una volta di dare un breve scorcio al genio precursore di Woolf che, in un’epoca in cui c’era ancora chi non si scollava dalle arti ritenute tradizionali, intravedeva nel cinema potenzialità narrative e iconiche straordinarie. Parla infatti della settima arte come di una forza selvaggia e sovversiva, capace di mettere sullo schermo dettagli e sfumature di vita altrimenti impossibili da catturare.
C’è da fare una nota a margine, purtroppo negative, su questa edizione: si sa che la piccola editoria va sostenuta, è anche vero che questo bagaglio di fiducia e aspettative va ricambiato con una qualità perseguita all’inverosimile. Nelle note biografiche c’è scritto: “Virginia Stephen Woolf (1882-1941), sensibile e controversa [?!?] scrittrice e saggista inglese (…) decise di porre fine alla sua vita in concomitanza con l’annuncio dell’imminente scoppio della seconda guerra mondiale.” A parte lo svarione grammaticale (si dice ‘in concomitanza di’ e non ‘in concomitanza con’), è chiaro che la seconda guerra mondiale è scoppiata nel 1939 e non nel ’41; forse ci si riferiva all’imminente recrudescenza dell’attacco aereo nazista in Gran Bretagna, ma anche lì ci sarebbe da discutere. Così sembra che Woolf si sia tolta la vita per paura della guerra (e in parte, solo in parte, è vero). Il problema rimane: la piccola editoria indipendente è considerata da molti il futuro della salvezza dei libri. Ma lo sarà solo se fatta di eccellenza, e l’eccellenza sta nei dettagli piccoli, e rispettosi.

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