POP

Pubblicato sull’ultimo numero di Bartleby Mag, online qui.

Di tanto in tanto qualche giornale scopre su internet qualche nuova tendenza, per lo più effimera e banalotta, e decide di riempirci le pagine un po’ frou frou chiamate di alleggerimento. Molto spesso ciò che vi finisce dentro è etichettato come cultura popolare, o pop.
Ma cos’è veramente il pop, sempre più pervasiva marca dei nostri tempi? Tutto iniziò con la pop art, grande invenzione dei fantastici anni ’50, dai notevoli prodotti finali ma che oramai è diventata un alibi per chi di arte non sa un’acca ma comunque vuole fare la posa. Lì il concetto era quello di prendere elementi iconici di una cultura sempre più commerciale e massificata (dive del cinema, banane, cartelloni pubblicitari, fumetti…) e stampigliargli un po’ dovunque in collage e pastiche. Colori accesi e fluo, disordine formale, eccesso, stupore. C’era una carica esagerativa nelle opere di Warhol e di Lichstein che ne dava un senso dirompente e anticlassicista, riempiva di significato anche quelle immagini che di significato di per sé ne veicolavano poco.
Eppure, viene da chiedersi, questo significato aggunto, dirompente, si può ancora associare a ciò che viene comunemente designato come pop?

Pop music
Sicuramente l’ambito a cui più comunemente si associa l’etichetta di pop è la musica: inizialmente si indicava così la musica commerciale da opporre alla musica classica o da camera (e quindi anche il rock era pop), mentre poi, con la distinzione successiva dei generi che venne, il pop fu sempre più terreno delle canzoni melodiche, d’amore, dalla strumentazione leggera e disimpegnata, dai motivetti semplici e facilmente vendibili. E di qui l’irreparabile scivolare verso il disprezzo intellettuale. Eppure abbiamo grandi icone, nella storia della musica pop, che hanno segnato l’evoluzione del genere e anche molte delle cose che sono successe in lidi diversi: Elvis Presley era molto pop, per non parlare degli Abba, e non venitemi a dire che Madonna non ha lasciato il segno, da qualche parte.
Ecco, sì, Madonna: regina degli scandali e delle mode, paladina di quella libertà espressiva esagerata e trasgressiva che era propria della factory warholiana (salvo che poi ora gli eredi di quella stessa factory si siano scannando coi Velvet Undergound a causa di una banana…), camaleonte dai colori sgargianti e dalle metamorfosi inaspettate. Molti la odiano, la disprezzano per questo suo rifuggire a ogni convenzione – e, a dire il vero, anche per un suo certo compiacimento che a volte la porta ad essere effettivamente un po’ vacua. Eppure Madonna nel mondo della musica pop e del suo immaginario ha provato e inventato tutto.
Non a caso Lady Gaga, che da un po’ di anni cerca di spingere questo connubio fra pop music e pop art ancora più in là, prendendo a man bassa dalla moda d’avanguardia e dall’arte visuale, non può che seguire il detto picassiano di “uccidere il padre”, la madre in questo caso: Gaga deve tutto a Madonna ma rinuncerebbe alle estension piuttosto che ammetterlo. Ed è innegabile che Lady Gaga sia una macchina performativa che si autoalimenta ma che soprattutto autoalimenta il far parlare di sé. Si veste di carne, esce da un uovo, mangia crocifissi, indossa Alexander McQueen e Thierry Mugler, si fa gli zigomi finti, s’imbratta di sangue, dà vita a una nuova razza aliena. È un fenomeno talmente baraccone da incarnare alla perfezione i nostri tempi altrettanto baracconeschi: tutto è spettacolo, estetizzazione, esteriorità e cattura dell’attenzione di massa. Viviamo in un mondo in cui si è e si appare, azioni oramai indissolubilmente (e neanche poi tanto deprecabilmente) legate. Non c’è nulla da fare: viviamo in un mondo pop.

Icone
Ma questo bisogno di alimentare queste figure emblematiche e carismatiche, nel bene o nel male, è tipico di una cultura – non solo pop – che fa dell’immagine e della fama un elemento costante del vivere quotidiano. E queste non sono che conseguenze di una mentalità capitalistico-arrivistica che dagli anni ‘50 (fatalità: quand’è nata la pop art?) ad oggi non ha fatto altro che alimentare sogni, delusioni e confusioni di quasi ciascuno di noi.
Da qui l’adorazione per le star di Hollywood, l’ambizione al successo, la determinazione a dimostrare talenti nascosti anche quando uno non ne ha. Da qui anche l’iconizzazione di qualsiasi personaggio possa avere una certa rilevanza in un determinato ambito: non solo nella musica o nello spettacolo, ma anche nella politica, nella religione, perfino nelle cause sociali più impegnate (Saviano vi dice niente?).
Anche qui si può trovare sotto all’apparenza uno strato di profondità in più, però. Mi vien da pensare alla figura di Marilyn Monroe: donna magnetica divenuta attrice pur senza grandiose capacità drammatiche, immortalata in stampe e oggettistica proprio grazie alla massificazione della pop art, dalla vita sciagurata e per questo ancora più romanticamente romanzata. Nell’affezione che molto spesso si tributano a figure come questa, più chiacchierate per la loro vita che per i loro meriti effettivi, c’è anche un bisogno di identificazione e di personalizzazione, quasi volessimo appropriarsi di gusti e storie che ci rendono parte di una comunità allargata e globale, in qualche modo sana però, perché basata sull’emozione e sulla rappresentazione. In qualche modo una comunità pop.

Tutto è pop
Tutti questi discorsi, che sono tutti più o meno di natura culturale e sociale, ci permettono però di affrontare il fenomeno del pop anche da un punto di vista, secondo me, più filosofico, quasi epistemologico. Perché col pop si identifica anche una certa cultura. Questa fantomatica pop culture (l’hanno inventata gli inglesi, o forse Mtv) è praticamente la cultura diffusa e accessibile a tutti o, meglio, la cultura potremmo dire “percepita”, ciò di cui si parla in giro (Wikipedia non è forse il grande, modernissimo e condivisissimo tempio?). Sono i fatti notevoli, i grandi eventi ma anche le sciocchezze mediatiche, il gossip, le storie rosa e nere delle celebrities o delle persone involontariamente diventate tali. Una cultura che diventa un grande calderone in cui finisce dentro tutto, dall’alto al basso, dal serio al faceto, dal colto al burlesco.
Se i più tradizionalisti insorgono di fronte a una tale degenerazione, di fronte alla caduta di barriere inossidabili, non è detto che qualcosa di buono non si possa comunque trarre. Spariscono le élite culturali, i canoni estetici, le masse informi, tutti hanno l’iphone, tutti guardano i tg e i reality show. Scompare l’elitismo e scompare anche la rabbia di non essere in alto. C’è uniformazione, certo, e livellamento e un generale accontentarsi di un livello medio di quasi tutto. Però c’è anche molta più condivisione, scambio, più melting pot e più ibridazione: come sono pop i barbari della mutazione culturale (unica possibile salvezza futura, in un futuro in cui cultura non ce n’è), soprattutto quando ce li spiega Baricco! C’è un continuo fondersi di alto e basso, di proprio e di estraneo, di familiare e di estramemente esotico. Tutto acquisisce sfumature e sfaccettature che prima nemmeno avevano possibilità di immaginare.
Siamo pop, non vergogniamocene. Magari possiamo anche tirarci fuori qualcosa di buono.

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