La prima serata di Sanremo 2013

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Una settimana fa iniziava il Festival di Sanremo che quest’anno ha scatenato ascolti, critiche e tweet. Ecco la sintesi della mia cronaca su Twitter, sintesi si fa per dire…
ImmagineDopo un’Anteprima del Festival che è durata meno degli sponsor dell’Anteprima del Festival (e scoppiettante come i parenti che vedi solo una volta l’anno al Cenone di Capodanno), eccoci al momento fatidico, l’inizio dell’edizione 2013 tanto attesa: talmente fatidico che Fazio si presenta seduto e inizia con un bel pippone sul nazionalpopolare. Poi c’è Verdi, per mettere un po’ di brio. E poi arriva Luciana Littizzetto su una carrozza e con un vestito il cui stilista è lo stesso di Maria Teresa D’Asburgo. Ah, detto per inciso, la scenografia rivoluzionaria in cui nemmeno quest’anno hanno trovato spazio i fiori è molto simile al retro di una conceria.
Ecco che arrivano le canzoni, che quest’anno “saranno al centro della gara” (cosa che ripetono ogni anno e poi le canzoni si trovano sempre minimo minimo alla periferia di Bordighera). Il primo è Marco Mengoni: sfoggia un completo color blu centrale nucleare e canta – letteralmente – con gli occhi. Quest’anno il regolamento prevede che ogni cantante porti due canzoni, una delle quali viene eliminata subito col televoto (che Fazio spiega con l’aria da professorino scazzato come se non fosse pagato milioni per farlo): praticamente il sistema è che ogni artista porta una canzone lagnosa e una più ganza, ovvero una mediocre e l’altro ancora di più, e passa regolarmente quella ancora più mediocre. Puntualmente Fazio chiede ad ogni cantante se preferirebbe continuasse nella gara l’una o l’altra canzone, che è la versione aggiornata di “Vuoi più bene al babbo o alla mamma?”. Novità è anche che ad annunciare la canzone che passa il turno c’è un presenter, un po’ all’ammericana. Per Mengoni è Marco Alemanno, che Fazio definisce come colui che ha accompagnato la fine della vita artistica di Lucio Dalla e ogni tanto gli stirava pure le camicie. Dire che era il suo fidanzato no, per carità, siamo di sinistra noi.
Scorrono i cantanti in gara, ma sembra quasi di assistere alle prove del Cantazzurro Problemi-di-Gola Edition: il secondo – intonato come me sotto la doccia – è Raphael Gualazzi, un po’ un Renzi prima della dieta, il completo gli scoppia, canta due canzoni praticamente uguali moltiplicando all’infinito le vocali. Siccome dopo due cantanti e venti minuti di trasmissione, Sanremo dev’essere comunque Sanremo, pensano bene di piazzarci il primo ospite straniero che non c’entra na cippa: è Baumgartner, quello che s’è buttato dallo spazio, che porta un vestito color peperonata ammuffita che era meglio se lo lasciava lassù nella troposfera. Peraltro è uguale a Beckham, quindi mi sorge il dubbio che il marito di Victoria, per arrotondare e soprattutto per stare lontano dalla moglie, si finga un altro per partecipare anche alle produzioni low cost.
Finalmente un maschio vestito bene, Daniele Silvestri, la cui seconda canzone è un inedito: si chiama “Salirò”, ed è dedicata a Monti. Poi arrivano Simona Molinari e Peter Cincotti (che voi comuni mortali credevate si pronunciasse “tjincotti” e invece no: “sincotti” come “sincope”): praticamente c’eravamo sbagliati tutti e invece di essere a Sanremo siamo allo Spoleto Jazz Festival. Continua imperterrita anche quest’anno la maledizione del gobbo in piccionaia: i conduttori presentano le canzoni con quella nonchalance che pare abbiano appena visto la Madonna.
La visione della Carrà, apparsa per un istante nel promo di “The Voice” (Piero Pelù sei in televisione quindi lavati!), mi dà la forza per continuare. Anche perché il momento psicodramma è in agguato: entra l’attesissimo ospite, Maurizio Crozza, che fa subito una cosa originalissima, mai vista, proprio in tema col Festival: imita Berlusconi. Non fa a tempo a fare anche Bersani che qualche facinoroso fischia e urla e gli impedisce di continuare: questo viene allontanato dalla sala, ma Crozza è visibilmente imbarazzato e fatica a continuare. In generale il suo pezzo è banale, già visto: ti invitano a Sanremo in spolvero, paghi settantaquattro autori e non vuoi inventarti qualcosa di dirompente? Almeno imita il Papa, che lì c’è da infierire parecchio.
Arrivano gli alternativissimi, i Marta sui Tubi. Commento? No dai, dico solo che a me Marta Marzotto sui cubi ha sempre fatto impazzire. Scendono le sorelle Parodi a presentare, Benedetta è impedita anche a fare le scale, Cristina ormai sembra la sorella scema (che vedendo l’altra sinceramente non ce lo saremmo mai aspettato). Un’altra maledizione incombe: la visione di Anna Tatangelo, che appare in un tristissimo spot Coconuda.
Segue il momento più alto della serata: una coppia di innamorati gay ripropone il tormentone che sta spopolando sul web, loro due che – silenziosi – fanno scorrere dei cartelli in cui raccontano la loro tenera storia d’amore e il fatto che si sposeranno il 14 febbraio a New York perché qui in Italia non si può. Alla fine Sanremo è bello anche per questo, perché in tanto pattume riesce a tirar fuori momenti magici. Ecco, appunto: Fazio ha in mano una cosa veramente dirompente, nuova, interessante, profonda e cosa fa? Liquida i tizi in due secondi e arrivederci, pare che si siano esibiti sul palco due sordomuti.
Il momento che tutti aspettavano è arrivato: si esibisce la napoletana Maria Nazionale (chi? echhennesò?! Guglatela!), il cui cognome si spiega col fatto che le sue chiappe coprono l’intero territorio nazionale. Che poi dico, già sei chiatta in più ti metti dei plateaux alti come l’Everest e un vestito attillato rosa fluo? Ah Mari’, l’unico stylist eterosessuale te lo sei presa tu, nè?
A un certo punto devono aver pensato: sai che famo, per da’ na botta de brio? Per riequilibra’ el radical-scic che ha dominato tutta la serata? Se famo un bel momento amarcorde con le vecchie glorie del Festivàl. Geniale! Quindi giunge il ferale momento di Toto Cutugno che canta – aspetta, come si chiama, non ricordo, no perché non la canta mai, cioè nessuno la sa, non l’abbiamo mai sentita in tv -per radio-su internet-in treno-dalla caffettiera, come diavolo si chiama? ah sì: “L’italiano”. Si esibisce con il coro dell’Armata Russa, e immediatamente l’Ariston si trasforma nel sottomarino di “Caccia a Ottobre Rosso”. Alla fine, nella sua improbabile stramberia, associato al fatto che poi Cutugno canta anche in russo (?!!), sembra il momento più originale della prima serata. Il Toto nazionale si rovina però dicendo che una volta Modugno l’ha chiamato informandolo che era orgoglioso di lui e che sarebbe stato il suo “proseguimento”: certo, e io sono il proseguimento di Gig Robot d’Acciaio.
In un altra pubblicità, poco prima della fine, si vede un attore che interpreta il Papa in una fiction con Michele Placido: speriamo che almeno quello non si dimetta. Passa la mezzanotte, siamo sopravvissuti fin qui e sopravvissuta è anche Chiara, la vincitrice di X Factor. Anche qui la banda di geniali autori deve aver pensato che, per mettere a suo agio una giovanissima che ha appena intrapreso la sua carriera musicale ed già è sul palco più importante della discografia italiana, fosse bene metterla per ultima, proprio prima di Marzullo e del monoscopio. Lei si conferma l’unica voce vera sentita finora (ma noi con la puzza di discarica sotto il naso non avevamo sempre detestato, a Sanremo, le voci troppo piene e pulite? Ah no? Quest’anno è tutto nuovo? Ok, ok, mi adeguo): lei è molto credibile, le canzoni (anche se di Tiromancino e Bianconi, rispettivamente) molto meno. Sul suo abito calerei un velo pietoso se solo il velo pietoso non fosse l’abito stesso. Anche Lucianina si è cambiata vestito tre volte, comunque, durante la serata, anche se il vestito era praticamente lo stesso tutte e tre le volte.
E finisce anche ‘sta prima serata del Festival, tutta tirata a lucido con un’allure da “quanto siamo acculturati noi che facciamo scelte fuori dal comune”. In ogni caso Fazio sembrava stanco, stropicciato, lì quasi per dovere; per fortuna c’era la Littizzetto che, a dirla tutta, sembrava una sedicenne in gita scolastica (per fortuna). Alla fine voi snobbettini avete voluto le canzoni d’autore, però il risultato è stato che stamattina, io, di fronte al caffelatte, non avevo nulla da canticchiare, mannaggiaavvoi.
(Nota a margine: Anna Oxa è una che a Sanremo c’è stata più volte di Pippo Baudo; quest’anno alle selezioni delle canzoni non se la sono filata di striscio. Lei ha protestato, ha urlato, si è presentata – con la sua dentatura cavallina nuova di zecca – alla conferenza stampa di presentazione. E ora dicheno che faccia la schiuma ai cappucci al bar della reception dell’Ariston. Trovatele un lavoro, uno qualsiasi, con quei denti nuovi la vedrei bene ad aprire birre nei peggiori bar di La Spezia.)
p.s. Qui, invece parlo più seriamente dell’effetto Twitter su Sanremo.
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