Se la letteratura vale un euro

Ormai lo si sente dire da tutte le parti: l’editoria non sta per niente bene. Nel mondo in generale, e in Italia in particolare. Semplifichiamo: in Italia non si legge, dato confermato dai recenti Dati sulla cultura italiana che nell’anno 2012 attestava il numero di persone che leggono un libro al mese (uno!) al 6% (sei!) della popolazione; inoltre ci sono gli ebook, che nel nostro Paese sono ancora una fetta assolutamente irrisoria del mercato ma inevitabilmente stanno prendendo piede ed esercitano una specie di pressione psicologica sui lettori e soprattutto sul sistema delle case editrici; poi ci sono problemi interni al mercato dei libri, come la saturazione di certi generi e le complessità legate ai canali di distribuzione o a certe posizioni di potere. Si potrebbero aggiungere altri fattori, e argomentare meglio questi, ma sta di fatto che lo scenario dei libri in Italia soffre da anni e la crisi mondiale non ha fatto che acuirne le criticità. Basti pensare che, in generale, le librerie – sempre più in franchising, sempre meno indipendenti – negli scorsi anni hanno battuto in media lo stesso numero di scontrini del passato, ma con valori di importo sempre più inferiori, senza contare che anche la loro natura è cambiata di molto accogliendo sempre più prodotti esterni al comparto librario come gadget, cartoleria, e-reader e perfino generi alimentari.

Questo il quadro, drammatico per i lettori affezionati al futuro dei libri (in questa sede parlare di libri di carta o di libri digitali è uguale, in quanto si sta trattando dello stato di salute dell’editoria e dunque della qualità del prodotto-libro) ma soprattutto per chi nell’editoria ci lavora. Le casi editrici soffrono, licenziano, appaltano all’esterno, precarizzano. Colpevoli o no, queste sono le armi per sopravvivere. Alcune cercano di trovare vie nuove, sperimentando e tentando anche soluzioni ardite (l’iniziativa più recente è quella di Controtempo Rizzoli, che prova a rinnovare il settore della varia e non solo): ma lanciare nuove collane e investire soldi in progetti sperimentali è raro quanto ardito, in questi tempi così incerti.

La tendenza dominante è quella di salvare il salvabile e monetizzare il più possibile, portando alle estreme conseguenze strumenti di marketing editoriale già consolidati nel passato. Ultimamente in libreria si rincorrono i romanzi a 10 euro, tutti sentimentali, tutti con le copertine uguali, tutti rivolti a un pubblico femminile mediobasso, sfruttando il successo della chick-lit e livellandolo ancora di più. E poi tutto lo sfruttamento intensivo dei vari filoni popolari, dai cloni delle sfumatore di grigio ai gialli nordici pluriabusati ecc. ecc. “L’importante è che si legga”, diranno alcuni. Questo è vero, ma questa logica risponde più che altro al criterio “l’importante è che si venda” più che a una motivata attenzione alla necessità di lettura.

Un ultimo esempio, il più recente, il più lampante, il più preoccupante è quello della collana appena lanciata da Newton Compton, la LIVE, che propone una serie di libretti a 0,99 euro. Un caffé, praticamente. La Newton Compton è, fin dalla sua fondazione nel 1969, una casa editrice che ha l’obiettivo di proporre grandi classici e romanzi popolari a prezzi imbattibili (si va dai 4,99 euro ai 9,99 o poco più). Il pro è che si possono avere grandi titoli che hanno fatto la storia della letteratura a prezzi stracciati, il contro è che spesso la qualità dei testi è irrisoria: carta velina, inchiostro che va e viene, capitoli tutti ammassati, traduzioni di poco pregio (la mia tesi, che discuterò fra qualche settimana, verte proprio sul confronto di traduzioni differenti di stessi romanzi inglesi, e quelle della Newton non spiccano certo per fedeltà o ricercatezza). Nelle logiche generali del mercato è comunque positivo che siano alternative così a basso prezzo, in modo da raggiungere tutte le fasce di pubblico: questa dei titoli a 0,99, però, sembra portare la questione a livelli estremi. Fra i titoli della collana troviamo Amleto di Shakespeare e Il grande Gatsby di Fitzgerald, e poi Némirovsky, Poe, Dostoevskij, Freud, Austen. Libri per tutti i gusti e che si possono acquistare in un batter di ciglio. Poco importa che anche qui la qualità della carta sia risibile, che per concentrare il testo in 125 pagini il carattere usato sia microscopico, che tutti i capitoli si succedano senza soluzione di continuità e che, in seconda e terza di copertina, appaiono due pubblicità di altri titoli della stessa casa editrice (ovviamente più “costosi”).

Facile qui cadere nel moralismo. Però svendere libri a questo prezzo dimostra anche una valutazione sul prodotto-libro in sé (e, io penso, sul complesso lavoro editoriale – di editor, traduttori, revisori ecc. – che ci sta dietro, qui sicuramente svalutato). I libri non sono esattamente oggetti commerciali come altri, in quanto da sempre veicolo di qualcosa in più, dal punto di vista culturare sopratttutto. Con questa collana la Newton Compton dimostra, per di più, che alle case editrici produrre un libro può costare una miseria, e allora possono sorgere dubbi sul perché in libreria ci troviamo testi nuovi o seminuovi con prezzi molto più alti. In qualche modo vendere libri a 99 centesimi, se è sicuramente un’operazione editoriale vincente per quanto riguarda le vendite (due dei titoli della collana compaiono nell’ultima classifica dei più venduti di TuttoLibri e laFeltrinelli.it ha dovuto toglierli dalla sua rilevazione perché altrimenti avrebbero sfalsato tutte le classifiche), rivela anche tutte le debolezze e le contraddizioni di un sistema in crisi. Il libro passa da risultato di un investimento culturale a semplice “prodotto civetta“, dice Stefano Mauri, presidente del gruppo editoriale Gems.

E, comunque, se è vero (e lo è) che un libro si giudica dalla copertina, questi Newton a 99 centesimi non valgono la candela, probabilmente.

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One response to “Se la letteratura vale un euro

  1. Le copertine sono tremende e ammiccanti, ma (se ce l’ha) di certo non in senso buono..
    Parole condivisibilissime, hai preso in pieno la maggior parte dei miei pensieri.. e li hai pure espressi meglio di quanto avrei potuto fare io 🙂

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