L’amore di Zelda e Scott

“I malati di mente sono sempre semplici ospiti sulla terra: eterni stranieri, che portano con sé decaloghi spezzati che non sanno leggere”: così scriveva Francis Scott Fitzgerald in una delle ultime lettere scritte alla figlia Scottie. In effetti lui sperimentò l’instabilità della mente nel modo più atroce, quello in cui colpisce la persona che più ami al mondo, in questo caso sua moglie Zelda. Il loro fu un rapporto travagliatissimo, fatto di grandi contraddizioni e di estremi opposti, sempre sul limite dell’estasi o – più spesso – dell’autodistruzione. Viene raccontato molto bene nell’agile libro di Pietro Citati, La morte della farfalla (Mondadori, 2006), che ripercorre in grande sintesi, solo a volte con qualche eccessiva liricizzazione, la straordinaria e mirabolante vicenda sentimentale dei due.

Per chi abbia visto Midnight in Paris, il film di Woody Allen sulla Lost Generation degli anni Venti a Parigi, il ritratto dei due personaggi può già dare qualche punto di riferimento: Scott Fitzgerald era uno scrittore acutissimo, di gran talento, dedito con tutto se stesso all’arte, ma anche viveur, poco attento alle conseguenze pratiche della sua vita, e ancora fragile, introflesso, sempre dubbioso di sé; Zelda, per contro, era la luce, il fascino enigmatico, la vitalità, la noncuranza dei problemi, e allo stesso tempo la profonda instabilità, i coni d’ombra del male interiore, l’irrequietezza mentale, la propensione all’annullamento. Già prese singolarmente queste due figure erano una matassa irrisolvibile di contraddizioni, l’amore che le mise assieme non fece altro che acuirne pregi e difetti e a imporre sul loro rapporto il sigillo potente delle storie d’amore impossibili eppure reali, troppo reali.

Lui del 1896, lei del 1900, si conobbero nel 1918 in Alabama, quando Zelda era una delle giovani debuttanti più ammirate e Scott un militare non proprio di prima linea ma già con programmi di gloria letteraria; al giovane scrittore bastò un solo ballo per innamorarsi, ma dovette iniziare un fidanzamento estenuante fatto di regali costosi, lettere infuocate (nel bene e nel male), ripensamenti, gelosie, viaggi disperati in treno, riconquiste e ulteriori perdite. Nel frattempo Fitzgerald si era trasferito a New York e aveva iniziato la sua sfolgorante carriera letteraria: la pubblicazione di Al di là del Paradiso nel 1920 lo consacrò immediatamente come la voce schietta, controllata e brillante di un’intera generazione; venne la fama, e con essa i soldi (molti soldi), e a quel punto Zelda sembrava aver vinto ogni ritrosia. Vissero per la prima parte del decennio come la coppia più affascinante e chiacchierata di New York, simbolo di un’era del Jazz scintillante, dispendiosa, dissoluta, imbevuta d’alcol e gloria. Poi sopraggiunse il proibizionismo, e la noia: i Fitzgerald si imbarcarono nel 1924 per l’Europa, raggiungendo prima la Costa Azzurra, poi Parigi e la Svizzera.

Il periodo europeo fu quello che più acuì sia i loro eccessi che i loro disagi: Fitzgerlad guadagnava benissimo vendendo articoli e racconti, la coppia sperperava un’enormità di denaro. Nel frattempo avevano avuto una figlia, Scottie, relegata quasi sempre a una tata, perché i genitori erano ognuno impegnato con le proprie ossessioni. Scott limava le sue opere all’esaurimento, soffriva di insonnia, era irrequieto, ma soprattutto beveva in modo sconsiderato; Zelda era discontinua, volubile, sempre alla ricerca di nuove emozioni, nel 1927 si convinse che sarebbe dovuta essere un’icona del ballet parigino e dunque si allenava e prendeva lezioni di danza fino alla sfinimento. Le dinamiche di coppia erano altrettanto malsane: il loro era un rapporto dominato dall’alternanza di periodi di grande attaccamento ad altri di quasi indifferenza, sempre venato dalla gelosia, dalla possessività; Zelda ebbe alcune liason (queste, più che realmente consumate o significative, erano esagerate dalle sue ricostruzioni sempre diverse), Scott era spesso brutale con la moglie, mancandole di rispetto in vari modi e, fra l’altro, saccheggiando i diari e le lettere di lei per introdurre alcuni passi nei suoi romanzi.

La svolta inevitabile giunse pochi anni dopo: nel 1925 Fitzgerald aveva pubblicato il suo libro più famoso Il Grande Gatsby (di cui fra pochi mesi uscirà una versione cinematografica diretta da Buz Luhrmann), che gli era costato grande impegno fisico ed emotivo e nel quale aveva tradotto la sua disillusione e le sue insicurezze riguardo ai rapporti amorosi, riflessione originata dalla presunta infedeltà della moglie; Zelda aveva negli anni coltivato dentro di sé la mania autodistruttiva che probabilmente, in un paio di occasioni, l’aveva spinto al suicidio (una delle manifestazione di queste sue ossessioni era l’accussare ripetutamente il marito, entrato in stretti rapporti con Hemingway in quegli anni, di essere omosessuale e di avere una storia con lui). Nel 1930 la crisi raggiunse il suo apice: a Zelda fu diagnosticata la schizofrenia e fu rinchiusa in un sanatorio parigino, prima di iniziare la sua odissea fra varie, costosissime cliniche svizzere. In tutti questi anni l’amore fra Scott e Zelda si rivelò, tuttavia, nella sua essenza più pura: nonostante l’incompatibilità, la gelosia, gli eccessi, i due nutrivano l’un per l’altra un sentimento puro, sublimato, che in qualche modo li sosteneva a vicenda; lo scrittore mandava alla donna grandiosi mazzi di fiori ogni due giorni e le scriveva lettere di grande intensità; allo stesso modo lei lo designava come l’unica figura in modo da ricondurla alla normalità.

Normalità che non tornò mai del tutto. Nel 1934 tornarono negli Stati Uniti, prima assieme in Alabama presso la casa di lei, poi Fitzgerald si mosse a Hollywood, motivato dalle paghe stratosferiche, data l’enormità dei suoi debiti. La lontananza li divise praticamente in modo definitivo: in quegli ultimi anni Scott si trovò un’altra donna e smise perfino di bere, ma gli eccessi del passato e le fatiche letterarie a cui si dedicava in modo incessante l’avevano minato nel profondo, fino a condurlo alla morte improvvisa, a soli 44 anni, nel 1940. Zelda gli sopravvisse, sempre più ossessionata dalla sua malattia che si era fatta più tremenda per la consapevolezza di aver perso l’amore di una vita; ciò non le impedì di collaborare alla revisione (e all’epurazione di alcune parti) dell’ultima opera del marito rimasta incompiuta, The Last Tycoon. La fine di lei fu ancora più tragica di quanto non ci si possa aspettare: nel 1948 un incendio divampò nella clinica psichiatrica in cui era in cura, mentre lei era chiusa a chiave in una stanza in attesa di un elettroshock. La riconobbero per una pianella sopravvissuta parzialmente alle fiamme.

Due matasse di contraddizioni inconciliabili, si è detto, eppure capaci di un amore l’una verso l’altra dalle proporzioni abnormi e anticonvenzionali. Il loro carattere volitivo fu messo a dura prova dalla fragilità che reggeva la base del loro animo: la paura di fallire di lui e la mente travagliata di lei. Non è un caso che entrambi, in momenti e secondo occhi diversi, furono paragonati a farfalle, animali stupendi ma effimeri: per Scott Zelda era “la regina delle farfalle”, sempre volative, multicolore, irrequieta eppure affascinantissima; allo stesso modo per Hemingway negli ultimi anni il talento di Fitzgerald si era affievolito tanto da affermare che “tutta la polvere era sparita dall’ala della farfalla, anche se l’ala ha continuato a battere fino alla morte della farfalla”. C’è proprio una grande ostinazione in questa storia d’amore, un’ostinazione a stare insieme, a sopravvivere ai propri mali. Ovviamente non si può sopravvivere alla morte: però Zelda e Scott sono finalmente uniti, in quell’unica tomba nel cimitero di Rockville, Maryland, su cui è iscritta la frase finale del Gatsby, anche quella simbolo di un’ostinazione controcorrente: “So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past”. Questa immagine di unione nonostante tutto la condensa bene anche Citati: “Erano la stessa persona, con due cuori e due testi; e queste cuori e queste teste si volgevano appassionatamente l’una verso l’altro, l’una contro l’altro, fino a ardere in un unico rogo”.

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(Nell’immagine in copertina Alison Pill e Tom Hiddleston intepretano i Fitzgerald in Midnight in Paris di Allen)

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3 responses to “L’amore di Zelda e Scott

  1. Molto spesso accade che talento e aspetti patologici si amalgamino nella riciproca ricerca, rispecchiandosi per un’intera esistenza. O due. E tutto ciò nulla ha a che fare con il romanticismo o con il Romanticismo. Vite vere da romanzo. Amen.

  2. Pingback: Otto libri su Gatsby, Fitzgerald e dintorni | Liberlist·

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