I grandi Gatsby

The Great Gatsby di Francis Scott Fitzgerald uscì nel 1925, ricevendo un’accoglienza all’inizio piuttosto tiepida, vendendo nei primi sei mesi meno di 20mila copia contro le 75mila previste e segnando il primo punto della parabola discendente dell’autore, che si sarebbe presto rifugiato a Hollywood. Nonostante ciò questo romanzo divenne negli anni successivi il suo capolavoro, apprezzato da autori come Eliot e Stein, e punto di riferimento per generazioni e generazioni di scrittori e lettori (un curioso ritorno di popolarità il libro lo ebbe durante la Seconda Guerra Mondiale, colpendo la fantasia di migliaia di soldati americani a cui veniva distribuito in equipaggiamento dall’Armed Service Editions).

cop TuenaIn Italia il romanzo di Fitzgerald arrivò nel 1936 col titolo Gatsby il magnifico, nella traduzione di Cesare Giardini; fu solo nel 1950 che ricevette il titolo con cui è famoso, Il grande Gatsby, grazie alla nuova versione di Fernanda Pivano per Mondadori. E per oltre cinquant’anni l’unica edizione italiana diffusa fu proprio quella di Pivano, la quale però – come altri pionieri dell’editoria italiana quali Vittorini e Pavese – ebbe sì il merito di far scoprire al nostro Paese una letteratura, quella americana, per noi ancora lontana e sconosciuta, ma adottò tuttavia – come era prassi all’epoca – un atteggiamento traduttivo spesso molto libero, che privilegiava una accettabilità e scorrevolezza della resa italiana piuttosto che un’effettiva accoglienza delle peculiarità stilistiche e culturali del testo originale. Per moltissimi anni, dunque, Il Grande Gatsby si è letto in un’edizione recante numerose riscritture, a volte perfino sviste. Si è dovuto aspettare il 2011, alla scadenza dei diritti d’autore sulle opere di Fitzgerald a settant’anni dalla sua morte, affinché gli editori italiani commissionassero nuove traduzioni; e in effetti poi è stato un florilegio di traduzioni: quella di Massimo Bocchiola per Bur; quella di Franca Cavagnoli per Feltrinelli; di Roberto Serrai per Marsilio; di Tommaso Pincio per minimum fax; di Bruno Armando per Newton Compton; di Alessio Cupardo per Dalai; di Mario Arturo Iannacone per SugarCo; di Nicola Manuppelli per Mattioli 1885 (che ripropone la prima copertina originale del romanzo, qui a fianco); e quella di Alessandro Pugliese per Gingko.

Come orientarsi in questa quantità straordinaria di edizioni? Anche se quella commercialmente “agganciata” alla promozione della recente versione cinematografica di Buz Luhrmann è sempre quella Mondadori, rivolgersi a versioni più recenti è sicuramente un modo per avvicinarsi più adeguatamente al testo fitzgeraldiano. Bisognerebbe fare uno studio attento di ciascuna traduzione, per coglierne le particolarità e gli atteggiamenti traduttivi, i pregi e i difetti. C’è da dire che quello di Fitzgerald, in particolare nel Gatsby, è un mondo narrativo assolutamente originale e in sé e per sé speciale e coerente, specchio di un’epoca culturale, la Jazz Age, di cui noi non abbiamo alcun corrispondente. Il lessico e lo stile immaginifici, ricchi, suggestivi di questo romanzo devono essere mantenuti in italiano non intaccandone la dimensione unica e irripetibile. I traduttori hanno adottato ognuno un proprio atteggiamento preciso e personale nei confronti della traduzione, ognuno dei quali andrebbe valutato a sé. Qui si limita a ricordare che Cavagnoli, Pincio e Serrai hanno ricevuto ex aequo il premio von Rezzori per la traduzione letteraria, e questo già può dire qualcosa sulla qualità delle loro traduzioni. Se in particolare siete lettori curiosi e attenti all’estraneità e all’originalità di ciò che leggete, e quindi amate che dal testo tradotto emerga con chiarezza la cultura straniera che sta alla sua base, l’edizione Feltrinelli di Cavagnoli (che ha anche note e introduzione notevoli) è la più consigliata.

Qui sotto vengono riportati alcuni esempi per un veloce confronto fra il testo inglese e tre delle sue versioni tradotte, rispettivamente di Pivano (Mondadori), Armando (Newton Compton) e Cavagnoli (Feltrinelli). Ribadendo che un confronto esaustivo e degnamente critico avrebbe bisogno di una preparazione e di un respiro più ampli, già questi pochi passi possono dare un’idea di come la traduzione cambi di molto la ricezione del testo. Basta soffermarsi sui “large parties” in contrapposizione ai “little parties” dove non c’è “any privacy” dell’esempio (2): è vero che verrebbe da dire, come fanno Pivano e Armando, che Gatsby dà “grandi feste”, ma la posizione attributiva veicola un giudizio più qualitativo, mentre mettere l’aggettivo dopo il nome come fa Cavagnoli (“feste grandi”) dà proprio l’idea di una quantità, quella che voleva contrapporre significativamente Fitzgerald: è nelle feste grandi, con tante persone (e non ‘grandi’ nel senso di belle), che si può provare intimità, non in quelle piccole e poco frequentate. Altro passo significativo è sicuramente il (3), in cui vediamo tutta la dimensione ormai superata della versione di Pivano: infatti per tradurre i luoghi in cui Gatsby svolge i suoi loschi traffici – siamo nel pieno del Proibizionismo, col conseguente contrabbando di alcolici – la traduttrice rende “drugstore” con “farmacie”, eppure sappiamo bene che i drugstore, luogo americano dei più tipici, non è semplicemente una farmacia, e anzi questo termine in qualche modo confonde il lettore italiano che non associa la vendita di alcool alle farmacie; si avvicina meglio la scelta fatta da Armando e altri traduttori con “empori”, anche se qui si potrebbe sovrapporre tutto un altro tipo di immaginario; anche qui convincentemente Cavagnoli mantiene, fedele alla sua linea accogliente dell’estraneità, il termine “drugstore”, ormai entrato anche nell’uso italiano e per certi versi intraducibile nella sua completezza concettuale (per inciso: in questo passo compare un tic linguistico di Gatsby, “old sport“, già dal sapore antiquato negli anni ’20: tutti i traduttori, praticamente, rendono con un piuttosto ingessato “vecchio mio”, l’unico che prova una forma marcatamente inattuale è Pincio, che di per sé fa una traduzione molto libera e letteraria, optando per “vecchia lenza”).

Infine alcune note sulle righe conclusive del romanzo, (4): vediamo anche qui una svista di Pivano che traduce il termine “orgastic” (forse per un refuso?), come se fosse “orgiastic” e quindi con “orgiastico”, stesso errore che mantiene Armando; Cavagnoli giustamente riscopre il giusto significato con “orgastico” (la stessa Cavagnoli ricorda come Fitzgerald fosse molto pressante nei confronti dell’editor affinché vigilasse che nelle varie bozze non ricomparisse, per via di qualche correttore troppo zelante, una i di troppo). Anche l’espressione della frase finale (così importante e significativa da essere incisa come epitaffio sulla tomba dell’autore): quel “So we beat on” è una sintesi straordinaria, struggente e volutamente ambigua di tutto ciò che l’intensità e l’irrequietezza de Il grande Gatsby vogliono trasmettere al lettore; lì sta al traduttore fare un compendio di tutto ciò che condurre quel testo in italiano ha significato come esperienza per lui: tradurre semplicemente “remiamo” (Pivano e Armando) è una scelta che fa affidamento semplicemente al successivo “against the current“/”controcorrente”; Cavagnoli ancora una volta coglie invece le particolarità del linguaggio di Fitzgerald che, in particolare in Gatsby, fa un ampio uso di termini legati allo yatching e alla vela (un lessico tecnico della navigazione che lo fa accostare, anche tematicamente, a Conrad): il beating è in effetti una particolare tecnica di navigazione che consiste nel procedere a zig zag sfidando la direzione del vento, da cui la traduzione “navighiamo di bolina” – immagine questa che dà con ulteriore intensità lo struggle esistenziale espresso dalla storia di Jay Gatsby contro le avversità di una vita che non permette di afferrare i propri sogni.

Come si è detto questi pochi esempi non hanno la pretesa di essere esaustivi o di fornire giudizi affidabili. In sostanza, a ognuno la sua traduzione, magari con la consapevolezza che un testo tradotto ha più probabilità di essere valido e vicino all’originale quando da questo originale straniero si fa invadere e contaminare. Come per le feste di Gatsby, è la vastità della distanza che ci fa percepire più intensamente la più profonda intimità.

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(1) Gatsby, che dà nome a questo libro

Conduct may be founded on the hard rock or the wet marshes, but after a certain point I don’t care what it’s founded on. When I came back from the East last autumn I felt that I wanted the world to be in uniform and at a sort of moral attention forever; I wanted no more riotous excursions with privileged glimpses into the human heart. Only Gatsby, the man who gives his name to this book, was exempt from my reaction – Gatsby, who represented everything for which I have an unaffected scorn. If personality is an unbroken series of successful gestures, then there was something gorgeous about him, some heightened sensitivity to the promises of life, as if he were related to one of those intricate machines that register earthquakes ten thousand miles away. (Fitzgerald, pp. 1-2; l’edizione di riferimento qui è la Collins Classics, 2010)

*

La condotta può fondarsi sulla roccia salda o sulle paludi infide, ma a un certo punto non importa più su che cosa si fondi. L’autunno scorso, quando ritornai dall’Est, mi pareva di desiderare che il ondo intero fosse in uniforme e in una specie di eterno “attenti” morale; non volevo più scorrerie ribelli e indiscrezioni privilegiate nel cuore umano. Soltanto Gatsby, colui che dà nome a questo libro, restava fuori dalla mia reazione: Gatsby, che rappresenta tutto ciò che suscita in me disprezzo genuino. Se le personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita, come se fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti a ventimila chilometri di distanza. (Pivano, p. 4)

*

La condotta può essere basata su una dura roccia o su un’instabile paude, ma dopo un certo punto non m’importa su cosa è fondata. Quando sono tornato dall’Est lo scorso autunno volevo che il mondo indossasse l’uniforme e restasse su una specie di eterno “attenti” morale; non volevo più riottose scorribande nel cuore umano con tanto di visioni privilegiate. Solo Gatsby, l’uomo che dà il nome a questo libro, fu per me un’eccezione – Gatsb, che rappresentava tutto ciò per cui io provavo un disprezzo totale. Se la personalità è un ininterrotto sussegguirsi di successi, allora c’era qualcosa di magnifico in lui, una sorta di elevata sensibilità alle promesse dalla vita, come se fosse collegato a uno di quei complicati strumenti che registrano i terremoti a migliaia di chilometri di distanza. (Armando, pp. 5-6)

*

La condotta di ciascuno può poggiare sulla roccia o su un acquitrino, ma da un certo punto in poi dove poggia non m’importa più. l mio ritorno da Est, nell’autunno scorso, volevo che il mondo fosse per sempre in uniforme e  su una sorta di attenti moralie; non volevo pià escursioni tutmultose con scorci privilegiati del cuore umano. Solo Gatsby, l’uomo che dà il nome a questo libro, si sottraeva alla mia reazione – Gatsby che rappresentava tutto ciò per cui provo un genuino disprezzo. Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora in lui c’era qualcosa di splendido, una sensibilità acuta per le promesse della vita, quasi fosse collegato a una dei quelle macchine elaborate che registrano una cossa di terremoto a diecimila miglia di distanza. (Cavagnoli, p. 56)

(2) Le origini di Gatsby

Something in her tone reminded me of the other girl’s “I think he killed a man”, and had the effect of stimulating my curiosity. I would have accepted without question the information that Gastby sprang from the swamps of Louisiana or from the Lower East Side of New York. Tha was comprehensible. But young men didn’t – at least in my provincial inexperience I believed they didn’t  drift coolly out of nowhere and buy a palace on Long Island Sound.

“Anyhow, he gives large parties,” said Jordan, changing the subject with an urban distance for the concrete. “And I like large parties. They’re so intimate. At small parties there isn’t any privacy.” (Fitzgerald, pp. 36-37)

*

Qualcosa nel suo tono mi ricordò la battuta dell’altra ragazza, “Credo che abbia uscciso un uomo”, ed ebbe l’effetto di stimolare la mia curiosità. Avrei accetato senza discutere la notizia che Gatsby era scaturito dalle paludi della Louisiana o dalla zona più orientale di New York. Sarebbe stato comprensibile. Ma un giovanotto non poteva – o almeno così pareva alla mia inesperienza provinciale – uscire freddamente dal nula e comprare un palazzo sullos stretto di Long Island.

“Comunque dà feste grandi” disse Jordan, cambiando discorso con educato disgusto per le cose concrete. “E a me piacciono le feste grandi. Sono così intime. Nelle feste piccole non c’è intimità”. (Pivano, p. 41)

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Qualcosa nel suo tono mi ricordà l’altra ragazza, “credo che abbia ucciso un uomo”, ed ebbe l’effetto di stimolare la mia curiosità. Avrei accettato senza riserve l’informazione che Gatsby fosse saltato fuori dalle paludi della Louisiana o dal Lower East Side di New York. Sarebbe stato comprensibile. Ma dei giovanotti non potevano – almeno nella mia provinciale inesperienza non potevano – saltare fuori dal nulla e comprare un palazzo nello stretto di Long Island.

“Comunque, dà delle grandi feste”, disse Jordan, cambiando argomento con un educato disgusto per le cose concrete. “E a me piacciono le grandi feste. Sono così intime. Alle feste piccole non c’è intimità.” (Armando, pp. 36-37)

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Qualcosa nel suo tono mi fece venire in mente quanto aveva detto l’altra ragazza – “Scommetto che ha ucciso un uomo” – ed ebbe l’effetto di stimolare la mia curiosità. Avrei accolto senza ribattere la notizia che Gatsby era saltato fuori dalle paludi della Louisiana o dal Lower East Side di New York. Era comprensibile. Ma i giovani uomini non se ne uscivano tranquillamente – o almeno nella mia provinciale inesperienza non lo credevo possibile – dal nulla per comprarsi un palazzo sullo stretto di Long Island.

“Comunque dà delle feste grandi,” disse Jordan cambiando argomento con civile disgusto per la concretezza. “E le feste grandi mi piacciono. Sono molto intime. Alle feste piccole non c’è spazio per la privacy.” (Cavagnoli, p. 100)

(3) Gli affari di Gatsby

“Who are you, anyhow?” broke out Tom. “You’re one of that bunch that hangs around with Meyer Wolfsheim – that much I happen to know. I’ve made a little investigation into your affairs – and I’ll carry it further tomorrow.”

“You can suit yourself about that, old sport,” said Gatsby steadily.

“I found out what your “drug-stores” were.” He turned to us and spoke rapidly. “He and this Wolfsheim bought up a lot of side-street drug-stores here and in Chicago and sold grain alcohol over the counter. That’s one of his little stunts. I picked him for a boot-legger the first time I saw him, and I wasn’t far wrong.” (Fitzgerald, p. 102)

*

“Ma chi siete, alla fine?” esplose Tom. “Siete uno del mazzo che sta attorno a Meyer Wolfsheim. È tutto quanto son riuscito a sapere. Ho fatto qualche indagine sui vostri affari… e domani andrò avanti.”

“Potete fare quel che volete, vecchio mio” disse Gatsby con fermezza.

“Ho scoperto che cos’erano le vostre “farmacie”.” Si voltò verso di noi e parlò in fretta. “Lui e quel Wolfsheim hanno comprato una quantità di piccole farmacie qui e a Chicago e hanno venduto alcool di grano sotto banco. Questa è una delle sue piccole imprese. Ho capito che era un contrabbandiere la prima volta che l’ho visto, e non mi sono sbagliato. (Pivano, pp. 107-108)

*

“Chi sei tu comunque?” esplose Tom. “Sei uno del gruppo che fa combutta con Meyer Wolfsheim… questo è quello che so al momento. Ho fatto qualche indagine sui tuoi affari e ne farò ancora domani.”

“Puoi fare come vuoi, vecchio mio”, disse Gatsby con fermezza.

“Ho scoperto dove stavano i tuoi “empori”.” Si voltò verso di noi e parlò rapidamente. “Lui e questo Wolfsheim hanno comprato un bel po’ di piccoli empori qui a Chicago e hanno venduto alcool di grano sotto banco. Questa è una delle sue piccole imprese. L’ho detto subito che era un contrabbandiere e non mi sono sbagliato di molto.” (Armando, p. 93)

*

“E poi chi è lei, comunque?” sbottò Tom. “Lei fa parte di quella gentaglia che gironzola intorno a Meyer Wolfshiem – questo, come vede, lo so. Ho già fatto una piccola indagine sui suoi affari, e domani vado avanti.”

“Si accomodi pure, vecchio mio,” disse Gatsby risoluto.

“Ho scoperto cosa sono i suoi “drugstore”.” Si voltò verso di noi e parlò rapidamente. “Lui e questo Wolfshiem hanno comprato un sacco di drugstore nelle viuzze secondaire, qui e a Chicago, per vendere etanolo al banco. È una delle sue piccole trovate. Ho capito subito che era un contrabbandiere la prima volta che l’ho visto e non mi sbaglaivo di grosso.” (Cavagnoli, p. 178)

(4) Siamo barche controcorrente

And as I sat there brooding on the old, unknown world, I thought of Gatsby’s wonder when he first picked out the green light at the end of Daisy’s dock. He had come a long way to this blue lawn, and his dream must have seemed so close that he could hardly fail to gasp. He did not know that it was already behind him, somewhere back in tha vast obscurity beyond the city, where the dark fields of the republic rolled under the night.

Gatsby believed in the green light, the orgastic future that year by year recedes before us. It eluded us then, but that’s no matter – tomorrow we will run faster, stretch out our arms farther… And one fine morning –

So we beat on, boats against the current, borne back ceaselessly into the past. (Fitzgerald, p. 140)

*

E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essegli sembrato così vicino da non poter sfuggire mai più. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri della repubblcità si stendevano nella notte.

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato. (Pivano, p. 141)

*

E mentre sedevo là a riflettere sul vecchio mondo sconosciuto, pensai alla meraviglia di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde sul molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per arrivare a questo prato azzurro, e il suo sogno gli doveva essere sembrato così vicino da non potergli più sfuggire. Non sapeva che l’aveva già alle spalle, da qualche parte nella vasta oscurità oltre la città, dove i campi bui della repubblica si stendevano nella notte.

Gatsby credeve nelle luce verde, al futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggia di fronte a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa – domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia… E una bella mattina…

Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato. (Armando, pp. 124-125)

*

E mentre me ne stavo lì a rimuginare su un mondo vecchio e sconosciuto, pensai alla meraviglia di Gatsby quando per la prima volta aveva scorto la luce verde in fondo al pontile di Daisy. Era venuto da lontano fino a questo prato blu, e il suo sogno deve essegli sembrato così vicino che non poteva credere di non riuscire ad afferrrlo. Non sapeca che ce l’aveva già alle spalle, da qualche parte nella vasta tenebra oltre la città, dove i campi scuri della repubblica ondeggiano sotto la notte.

Gatsby credeva nella luce verde, nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi. Allora ci è sfuggito, ma non importa: domani correremo più forte, allungheremo le braccia ancora di più… E un bel mattino..

Così navighiamo di bolina, barche contro la corrente, riportati senza posa al passato. (Cavagnoli, p. 224)

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3 responses to “I grandi Gatsby

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