Wireditorial: Il successo (e il Festival) del self-publishing

Se ne parla anche sul numero in edicola di Wired (n. 56, da p. 62): il self-publishing, ovvero il diventare editori di se stessi utilizzando innovativi strumenti del web, è un’abitudine sempre più comune nel mondo e anche in Italia, tanto che proprio nel nostro Paese si terrà nei prossimi giorni, il 19 e 20 ottobre al Foro Annonario di Senigallia, il primo International Self Publishing Festival. La manifestazione, ideata da Antonio Tombolini, uno dei pionieri delle pubblicazioni digitali in Italia e fondatore della “book farm” Simplicissimus, vuole essere una celebrazione del possibile rinascimento dell’editoria nostrana, considerando appunto che il self-publishing è destinato a cambiare le regole del gioco nell’edizione, pubblicazione e distribuzione dei titoli letterari, operazioni che ormai ognuno può fare da casa di fronte a un computer senza rivolgersi a una casa editrice vera e propria. All’ISPF non si faranno però convegni e incontri su cos’è il self-publishing (il programma è qui), piuttosto si metterà in mostra tutto ciò che di interessante anima e ruota attorno l’universo dell’autoeditoria.

Il cambiamento di prospettiva portato dal self-publishing però non è ancora così scontato, e soprattutto bisognerà vedere come il mondo dell’editoria “tradizionale” si muoverà nei confronti di questa tematica. Certo è che il web corre veloce e numerosi casi di successo si riscontrano da più parti. Lo stesso autore dell’articolo su Wired, Alberto Forni, peraltro ideatore del geniale blog Fascetta nera, ha pubblicato in proprio una piccola guida a questo mondo, ovvero Tutto quello che devi sapere per pubblicare (e vendere) il tuo e-book, oltre che a un romanzo vero e proprio sulla miriade di case editrici a pagamento (che sono l’altro risvolto non virtuale ma a volte estremamente perverso delle alternative alle classiche case editrici), Seguirà buffet. Fra le norme principali da seguire – ma che sono anche semplici regole di buon senso, in fondo – ci sono l’estrema attenzione con cui si devono curare il testo, i dettagli e la copertina della propria edizione (al bando refusi e sciatterie); la scaltrezza con cui, cimentandosi soprattutto con i social network, si deve diventare i migliori promoter di se stessi; e – punto fondamentale – una lucida autovalutazione che porti a fissare un prezzo equo, consono e competitivo per la propria opera.

In un mondo in cui tutti, ma proprio tutti, possono potenzialmente pubblicare rimane da chiedersi se sia effettivamente fare successo senza l’appoggio dei grandi editori. Alcuni casi molto brillanti lo dimostrano. Su Wireditorial, ad esempio, già si era parlato dell’italiano Andrea Marinelli, che coniugando crowdfunding e self-publishing ha portato al grande pubblico i suoi saggi sugli storici cambiamenti in atto negli Stati Uniti. Un altro esempio, questa volta americano, è quello di Hugh Howey, 38enne del North Carolina, che è divenuto noto sul web per la saga di Wool, la narrazione distopica di un mondo afflitto da un’aria irrespirabile: nato come un racconto pubblicato su Amazon, grazie al passaparola e al grande clamore suscitato dai fan è divenuto ormai una trilogia – seguiranno Shift e Dust – contesa in tutto il mondo dagli editori cartacei; in Italia è appena uscito da Fabbri con traduzione di Giulio Lupieri, mentre i diritti cinematografici sono già stati opzionati da Ridley Scott. Ora che i suoi libri stanno prendendo una via più tradizionale, Howey non rinnega il suo esordio da self-publisher, attività di cui rivendica i lati positivi: “L’autopubblicazione ha ormai più vantaggi dell’affidarsi a un editore tradizionale,” ha dichiarato in una recente intervista a Vanity Fair. “Se pubblichi su Internet decidi tu il prezzo, e incassi diritti del 25-30%, contro l’8% che ti dà una casa editrice. La distribuzione è gratuita, come la produzione.” Inoltre con il self-publishing, rivela sempre Howey, si ha un contatto più diretto coi lettori che possono anche influenzare alcune decisioni sull’evoluzione dell’intreccio e dei personaggi.

Il fenomeno, quindi, è in piena espansione, come si moltiplicano i siti che danno la possibilità di autopubblicarsi con facilità e trasparenza, dal già citato Amazon a Lulu e Smashwords, fino agli italiani Il Mio Libro e Narcissus. Al contempo hanno grande successo dei siti che sono praticamente dei “social” dell’autoproduzione letteraria, come The Incipit o 20 Lines, in cui si pubblicano gratuitamente i propri sforzi narrativi e li si sottopongono al giudizione di una vera e propria community di lettori. Se il self-publishing sarà effettivamente il futuro dell’editoria siamo lontani dal saperlo: di sicuro c’è da considerare che – è un modo di dire, ma a volte veritiero – spesso gli scrittori sono più numerosi dei lettori. Il riscontro social e quello ancora più immediato delle vendite online, in ogni caso, può almeno fare da filtro fra gli autori autopubblicati che meritano e quelli invece che già prima di scrivere son convinti di produrre il nuovo “capolavoro letterario”.

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