Wireditorial: Gutenberg era un geek e la stampa una start up

Dal mio blog su Wired.it:

Se domandate in giro quale sia stata, nella storia recente, l’innovazione che più fortemente ha mutato la nostra cultura, il nostro stile di vita e probabilmente anche il corso della storia, con tutta probabilità vi sentirete rispondere: Internet. Ma se solo cercaste di spostare la domanda indietro di qualche anno rispetto alla fine degli anni Novanta, anzi, di qualche secolo indietro, la risposta – molto più complessa da dare, in effetti – potrebbe essere tranquillamente: l’invenzione della stampa a caratteri mobili. In effetti la prima Bibbia stampata da Johannes Gutenberg di Magonza si fa risalire convenzionalmente al 1452, rappresentando un capolavoro di finitura artistica e tecnica, un grande risultato di lungimiranza e capacità imprenditoriale ma soprattutto il preludio di un cambiamento storico-culturale senza precedenti. La stampa modificò il modo e la velocità in cui si diffondevano le informazioni, cambiò le modalità di intendere la memoria, l’apprendimento e i rapporti culturali, inaugurò un nuovo tipo di riproducibilità tecnica, influenzò processi storici, religiosi e politici (in primis la Riforma protestante). Proprio come fece, fatti i dovuti distinguo, la rete del World Wide Web mezzo millennio dopo.

Le analogie fra queste due rivoluzioni, ma in particolare fra la figura pioniera di Gutenberg e quelle degli innovatori che vennero secoli dopo di lui, sono alla base del breve saggio Gutenberg il Geek di Jeff Jarvis, pubblicato oggi in ebook da GoWare Team, società produttrice di contenuti digitali e app, nell’edizione curata da Valerio Bassan; Jarvis è un giornalista americano molto noto per essersi da sempre occupato di tematiche legate allo sviluppo di internet ed è fra i sostenitori più accaniti del networked journalism e del web open source. In questo suo testo, Gutenberg è presentato come il primo imprenditore tecnologico della storia, una specie di start-upper ante litteram che raccolse i finanziamenti e gli strumenti tecnici in numerosi anni di lavoro, mise a punto fasi successive di prototipi e tentativi e alla fine realizzò un prodotto che, dopo alterne fasi di test controversi e di insuccessi commerciali, riuscì ad affermarsi sul mercato e anzi ne modificò radicalmente le dinamiche.

Jarvis probabilmente esagera quando definisce Guntenberg come “il Santo Patrono della Silicon Valley”, o un primo Steve Jobs, eppure queste piccole forzature riescono a darci in modo convincente l’idea di come certi comportamenti sperimentali e imprenditoriali dell’inventore della stampa fossero sorprendentemente simili ai passi seguiti dagli innovatori di oggi (come Jobs, in effetti, Gutenberg tenne segrete le sue prime attività e, anzi, gestì ogni fase della sperimentazioni in luoghi diversi e nascosti). Jarvis afferma che Gutenberg, come in una start up dei giorni nostri, dovette “trarre vantaggio da nuove efficenze, scalare il business, riorganizzare gli asset”, e tutto questo in modo più o meno inconsapevole. Per racimolare il denaro necessario alla messa a punto delle prima macchine, ad esempio, Gutenberg cercò liquidità in campi alternativi ma fruttuosi, ovvero la vendita di specchietti che i pellegrini compravano per catturare l’influsso miracolo delle reliquie, esattamente come i fondatori di Airbnb nel 2011 raccolsero 120 milioni di dollari vendendo scatole di cereali per lanciare il proprio sito. Una volta avviata l’impresa, però, Gutenberg si rivolse a finanziatori più stabili, come il ricco mercante Johann Fust, che tuttavia dopo qualche anno richiese la restituzione del prestito e ingaggiò una dura battaglia legale che portò alla confisca dei beni di Gutenberg. Fu a questo punto che l’inventore tedesco passò, parole di Jarvis, “da un modello-Apple a un modello-Google“, lasciando che la sua invenzione si diffondesse e crescesse secondo i parametri di un moderno open source. Ebbe perfino, come il Mark Zuckenberg di Facebook, i suoi fratelli Wincklevoss, ovvero due stampatori che gli fecero causa accusandolo di non averli pagati per il loro lavoro.

Rileggere l’epopea dell’invenzione della stampa con gli occhi di chi oggi vede affermarsi le innovazioni digitali come processi sempre più accelerati e sorprendenti, può sembrare un’operazione per molti versi forzata, cionondimeno è anche un percorso piuttosto accattivante, soprattutto se si prende in considerazione il messaggio che Jarvis vuole far passare attraverso questa analogia: così come la tecnologia della stampa si rivelò uno strumento essenziale di cambiamenti culturali e storici senza precedenti proprio per il fatto che, una volta inventata, si sviluppò liberamente e con evoluzioni inaspettate, allo stesso modo Internet – che è un catalizzatore altrettanto, se non più, potente di cambiamenti rivoluzionari – deve rimanere aperto, flessibile, sperimentabile, accessibile a chiunque. Il pamphlet di Jeff Jarvis è un simpatico esercizio mentale non di riscrittura della storia, bensì, se letto con occhi sufficientemente aperti, di rilettura del presente.

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