Wireditorial: Il luddismo e gli scrittori contemporanei

Fanno molto discutere in queste settimane le posizioni assunte dallo scrittore americano Jonathan Franzen per quanto riguarda la modernità e, soprattutto, il modo in cui noi tutti ci relazioniamo al mondo di Internet. Aggiungendo carne al fuoco rispetto a sue precedenti esternazioni, il 13 settembre scorso l’autore de Le correzioni e Libertà ha pubblicato sul Guardian un intervento dal titoloWhat’s wrong with the modern world“, che questa settimana è stato tradotto su Internazionale da Silvia Pareschi. La posizione dello scrittore è in sostanza la seguente: mentre perdiamo tempo ad esternare le nostre opinioni più o meno vacue su mezzi come Twitter o consegnamo le nostre idee a giganti come Amazon, in realtà non ci accorgiamo di come stiamo accelerando la disgregazione e il depauperamento che la modernità porta con sé. Franzen usa come parallelo gli scritti di Karl Kraus, autore satirico che visse a Vienna fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, il quale per primo notò la discrepanza fra progresso morale e progresso tecnologico: “Kraus fu il primo scrittore, dice Franzen, che sperimenta completamente in che modo la modernità, la cui essenza è l’accelerazione dei cambiamenti, crei da sola le condizioni per un’apocalisse personale. (…) Finché dura la modernità, tutti i giorni sembreranno a qualcuno gli ultimi dell’umanità.”

Nella sua disamina, Franzen se la prende in particolare con i nuovi colossi dell’era digitale, che a suo dire spacciano una partecipazione irreale che ha l’unico scopo di distrarre dall’osservazione della realtà esterna con l’aggravante di accrescere la ricchezza di alcuni attraverso lo sfruttamento pubblicitario. L’obiettivo di questa critica, non nuovo per lo scrittore, è la creatura di Jeff Bezos: “Amazon vuole un mondo in cui ognuno si pubblica il suo libro oppure lo fa pubblicare da Amazon, con i lettori che scelgono cosa leggere in base alle recensioni di Amazon e con gli autori che si fanno pubblicità da soli. (…) Forse l’esperimento delle recensioni degli utenti su internet provocherà una corruzione così generalizzata (sembra che già un terzo delle recensioni online sia falsa) che la gente chiederà a gran voce il ritorno dei critici di professione.” Sul dubbio che, però, anche i critici di professione possano essere – più o meno esplicitamente, più o meno consapevolemente – corrotti Franzen non dice nulla (così come tace il fatto che il suo saggio su Klaus è già disponibile in vendita su Amazon, mentre in Italia arriverà nel 2014 da Einaudi). Un altro elemento nel mirino di Franzen è Twitter, che in un’intervista al Corriere aveva definito “la versione stupida di Facebook”: “Confesso di provare qualcosa di simile alla delusione quando uno scrittore come Salman Rushdie, che secondo me dovrebbe essere più consapevole, soccombe a Twitter. (…) I sistemi per fare soldi escogitati da Twitter e Facebook mi sembrano in parte marketing piramidale, in parte pia illusione e in parte ripugnante sorveglianza panottica“. Da parte sua, Rushdie aveva già risposto in modo abbastanza laconico alle critiche del collega, proprio con un tweet: “Caro Franzen, MargaretAtwood, Joyce Carol Oates, A. M. Homes, Nathan Englander, Gary Shteyngart e io stiamo bene su Twitter. Goditi la tua torre d’avorio.

Non tutti gli scrittori contemporanei sono dunque diffidenti rispetto alla digitalizzazione. Lo stesso Franzen rifiuta le accuse di luddismo: “Non solo io non sono un luddista, ma non sono nemmeno certo che i luddisti originari fossero luddisti (gli sembrava semplicemente pratico distruggere i telai a vapore che gli toglievano il lavoro)“. Il luddismo, per chi non lo sapesse, è quel fenomeno di boicottaggio diffuso nell’Inghilterra degli anni Dieci dell’800 in protesta contro la meccanizzazione del settore tessile che rubava lavoro agli artigiani manuali (un bel romanzo ambientato in quel contesto storico è Shirley di Charlotte Brontë, che si può leggere gratis, in ebook e in inglese, con buona pace di Franzen); per estensione indica nel tempo tutte quelle manifestazioni contro l’avvento della tecnologia e dunque anche di Internet.

È un tema molto affascinante e che ha spesso interessato i grandi nomi della letteratura americana. Lo stesso Thomas Pynchon ha pubblicato nel 1984 sul New York Times un pezzo dal titolo “Is It Ok to Be a Luddite?”: “Siamo oggi nell’Era dei Computer. Qual è ora la prospettiva della sensibilità luddita? Gli elaboratori attireranno la stessa ostilità dei telai di una volta? Ne dubito fortemente. Scrittori di ogni sorta scalpitano per comprare programmi di videoscrittura. Le macchine sono diventate così user-friendly che anche il più risoluto dei Ludditi può essere affascinato dall’idea di abbandonare i vecchi martelletti e, in alternativa, di premere pochi tasti. Inoltre sembra esserci un consenso crescente sulla convinzione che la conoscenza è potere, che ci sia una bella connessione diretta fra soldi e informazioni e che, in qualche modo, se si può gestire la logistica, anche i miracoli sembrano possibili.” (traduzione mia)

Sembra che gli scrittori americani siano ambiguamente affascinati dalla tecnologia e dall’avanzamento digitale, cui attribuiscono un grande potenziale di cambiamento – in peggio, secondo molti – del mondo, ma non riescono compiutamente a risolverne la negatività se non criticando una modernità irruente e sfuggente da cui loro stessi però non riescono a sottrarsi (Pynchon ha ad esempio dedicato gran parte dell’ultimo romanzo alla nascita di Internet).

Un altro scrittore ancora, David Foster Wallace, come si era già detto su Wireditorial, aveva grande diffidenza verso il mondo del web e la conoscenza da esso veicolata, eppure sembrava essere imbevuto degli stessi meccanismi di interrelazione tipici di Internet. Contraddizione per contraddizione, Franzen racconta in un suo pezzo per il New Yorker, “Farther Away”, che per sfuggire all’eccessiva attenzione mediatica si era rintanato tempo fa in una sperduta isola del Sud Pacifico, dove fra l’altro aveva sparso con grande dolore le ceneri dell’amico Foster Wallace: ebbene, non solo ci ha raccontato (mediaticamente, quindi) per filo e per segno le sue vicende nell'”isola della solitudine”, ma il suo pezzo si può leggere a qualsiasi ora online sul sito della rivista. Fanno bene certi scrittori a sottolineare la pericolosità di certe derive, però le loro critiche non possono esulare dal fatto che ci sono irrimediabimente immersi dentro anche loro.

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