Wireditorial: La vera distopia è la realtà

Da quando Thomas Moore nel 1516 si inventò un’isola dove la società e la politica funzionavano a meraviglia (essenzialmente perché non esisteva la proprietà privata, più di trecento anni prima di Marx), la letteratura è andata in lungo e in largo alla ricerca della propria Utopia. O meglio, poiché perfino la società utopica disegnata da Moore era troppo terribilmente perfetta per non inquietare l’imperfetto animo umano, è proliferato anche il genere che invece immagina scenari futuri dove dominano le dittature, i disastri ambientali, la sopraffazione di ogni sviluppo ideale della vita dell’uomo. La distopia ha avuto nel Novecento i suoi capolavori massimi – da 1984 di Orwell a Brave New World di Huxley – e ha successivamente preso la strada, dalla metà del secolo in poi, del filone fantascientifico, con autori come Asimov (Il Ciclo della Fondazione), Bradbury (Fahrenheit 451), Philip K. Dick (Do Androids Dream of Electric Sheep?, da cui il film Blade Runner).

Al genere appartiene sicuramente anche Wool, la saga di Hugh Howey della cui particolare vicenda di pubblicazione Wireditorial si era occupato poco tempo fa. Scrittore indipendente, Howley ha usato le piattaforme di self-publishing e in breve tempo ha raggiunto enorme successo fra i fan online che apprezzano l’intrigante intreccio di generi che sta alla base delle sue storie: science fiction, thriller, romanzo psicologico, analisi sociale, approfondimento tecnologico (ora la saga è pubblicata dagli editori di tutto il mondo, e in Italia da Fabbri). La vicenda segue le vite di un’umanità costretta a passare l’esistenza in un silo (uno solo?) sotterraneo e autosufficiente, dove tutte le varie attività antropiche (dalla coltivazione di ortaggi alla produzione di energia, dalla gestione informatica alla regolamentazione delle nascite) sono stratificate su vari livelli che, interdipendenti ma spesso poco comunicanti fra loro, scendono fin nelle profondità della Terra (da un piano all’altro ci si muove solo facendo le ripidissime scale: perché non siano previsti ascensori in rete se lo sono chiesto in molti). Il problema è che il mondo esterno – che gli abitanti del silo possono osservare solo attraverso le telecamere – è avvelenato da un’aria irrespirabile e letale, ogni tentativo di uscire all’aperto è mortale. Come ogni sistema estremamente chiuso in se stesso e regolamentato da una gerarchia autoritaria e spesso ignota, il mondo di Wool si rivela minato da misteri e oppressioni: Howey svela le nagatività di questo universo sotterraneo in modo graduale e sapiente, spostando l’attenzione narrativa da un personaggio all’altro, le cui vite si intrecciano per breve tempo e i cui incontri sono quasi sempre la propulsione verso il raggiungimento di una verità destinata, forse, a sovvertire l’ordine precostituito.

Howey è convincente nel creare un meccanismo di vita sociale che deve regolarsi nei minimi particolari per essere sufficiente, soprattutto per quanto riguarda fabbisogno energetico, recupero dei materiali e la limitazione dell’espansione demografica. Proprio questa sua perizia tecnica e tecnologica in qualche modo compensa i difettucci stilistici che qua e là costellano la storia: risentendo dell’impostazione a instalments della sua scrittura, a volte la narrazione soffre per ripetitività o nel dilungarsi su spiegazioni e rispiegazioni, soprattutto nella parte finale del libro, in cui si ripercorre la nascita del sistema dei silos. Quello che colpisce in ogni caso è la capacità di Howey – se vogliamo seguendo il filone che è un po’ quello dei romanzi di Hunger Games – di rinnovare un genere, quello fantascientifico-distopico appunto, dando la sensazione di non essere nemmeno immersi in una storia sci-fi vera e propria. Come ha dichiarato a Wired.com, lo scrittore sottolinea che “l’intera serie di Wool tratta di una società chiusa in se stessa al limite della sua sopravvivenza. Parla di come sia fragile l’esistenza, di quanto possa apparire fragile il mondo, e del tentativo di mettere assieme un sistema sociale che tenga in piedi tutto ciò.

Questa riflessione, che modifica e al contempo rafforza l’inserimento dell’opera nell’ordine della distopia fantascientifica, può essere un valido collegamento con un altro romanzo recente, questa volta di pubblicazione molto più tradizionale: si tratta di Come vivevano i felici di Massimiliano Governi, edito da Giunti. Di fantascientifico questa storia non ha nulla, anzi è più vera del vero, essendo ispirata al suicidio del figlio di Bernie Madoff, l’uomo d’affari che ha truffato l’America e il mondo col cosiddetto sistema Ponzi. Però anche questo libro racconta di una società alterata, distorta, dominata da interessi e da poteri che sono allo stesso tempo occulti e pervasivi: i soldi, la finanza, la politica, i media, il sesso. Governi italianizza la vicenda (forse a volte forzatamente, perché in testa il lettore ha comunque costantemente Madoff e la sua storia), raccontandoci di un mondo dentro il mondo, che vive la sua vita gonfiata dai soldi degli altri in modo efferato e irrispettoso: i protagonisti sono tutti malati di soldi e potere, tutti ossessionati prima dal successo e poi dalla caduta, non si fanno problemi a violentare donne con delle bottiglie o a lasciar morire sconosciuti col naso collassato per la troppa coca; anche lo stile, nella sua asetticità amorale, finisce per essere clinicamente disturbante, in un disagio che è figlio del postmoderno americano di Easton Ellis e Palahniuk. È un mondo orribile e incredibile questo, se non fosse verissimo, in cui l’unico modo di sfiorare la felicità a cui si fa riferimento nel titolo è per via di un errore ortografico. Il resto è una corsa all’autodistruzione, all’ingannare soprattutto se stessi.

C’è un filo sottile e fragilissimo che collega il mondo inventato di Howey e quello traslato di Governi: entrambi sono dominati da un’aria mefitica e irrespirabile, uno all’esterno e l’altro dall’interno; entrambi ci raccontano di cosa potrebbe succedere (o è successo) quando si cerca di sovvertire un sistema altamente regolamentato. A volte si può ottenere la libertà, altre la più misera delle sconfitte morali. Ma una cosa in comune rimane sempre: la vera distopia è la realtà in cui viviamo tutti i giorni.

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