The Canyons: il vuoto di Lindsay Lohan e Easton Ellis

Uscito questa settimana in Italia dopo le preview ai festival del Cinema, The Canyons in qualche modo non delude le aspettative nel rivelarsi un film patinato e disarmante. Diretto dal regista di American Gigolo Paul Schrader e sceneggiato dallo scrittore Bret Easton Ellis (American Psycho, Le regole dell’attrazione), è una pellicola in cui tutto sembra essere collocato al posto giusto in una maniera che mira al contempo alla perfezione e al vuoto. A volte viene perfino il dubbio che questa ambivalenza non sia nient’altro che la conseguenza della pochezza dei mezzi finanziari (il film è stato realizzato dopo una complessa campagna di crowdfunding su internet) e delle doti recitative della maggior parte degli attori. Ma anche questa scarsità dà comunque il senso di una storia che vuole raccontare come le ossessioni di ciascuno annullino ogni potenziale.
The Canyons ha tuttavia alcune frecce preziose al proprio arco. Una è sicuramente Lindsay Lohan, attrice dal volto (e dalla vita) tumefatti, ma ancora splendida nel suo incarnare fuori e dentro lo schermo un’esistenza fatta di noia, di ricerca del successo e di condanna a essere per sempre sia oggetto che soggetto del desiderio. Ad un certo punto Lohan lancia uno sguardo dritto in camera che dice tutto su di lei e su ciò che interpreta: una diva mancata che racchiude nella propria bellezza inevitabilmente ostentata gli spettri stessi dell’industria dello spettacolo, ma che rivela di essere ancora padrona della scena quando tutti la danno per spacciata. Nel film interpreta un’ex attrice ora divenuta vittima della gelosia ossessiva del suo compagno Christian (il pornoattore James Deen), un ricchissimo sedicente produttore cinematografico figlio di papà che la trascina in una spirale di giochi sessuali e violenza. Attorno a loro gira un mondo di attoruncoli (anche qui in un continuo sdoppiamento fra realtà cinematografica ed effettiva: tutto il cast è praticamente sconosciuto o esordiente – e scarso, a parte il cameo di Gus Van Saint), tutti portatori di aspettative frustrate e sogni affogati nell’alcool e nel sesso (alcune scene sono davvero esplicite).

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L’altra freccia nell’arco di The Canyons è quella di essere un’opera di Bret Easton Ellis, lo si può quasi considerare un’appendice visiva di molti suoi romanzi (in particolare dell’ultimo Imperial Bedrooms). Anche qui troviamo il mondo cinematografico di Los Angeles, anche qui troviamo personaggi così aridi e amorali da costruire attorno a sé appunto il vuoto pneumatico che si può avvertire nei canyon californiani. Fra scambi di coppia, tradimenti, case e auto e vestiti di lusso, sperpero di denaro e assassini, ci si può domandare dove voglia portare una trama del genere, a dire il vero a tratti piuttosto prevedibile. Eppure come sempre in Easton Ellis – che nuovamente dispiega alla perfezione il suo immaginario di autore omosessuale e psicotico – la storia raccontata non mira mai a un punto d’arrivo, piuttosto punta a far attraversare un intervallo di disperazione, di atrocità e, appunto, di vuoto. In definitiva The Canyons è un film che lascia poco allo spettatore, se non l’impressione di aver visto specchiato per un attimo, nelle labbra gonfie di Lohan o nel pene spropositato di Deen o in qualche altro dettaglio così stucchevole da sembrare perdutamente falso, l’abisso del lato più oscuro di noi. O perlomeno di una società che ci svuota facendoci credere di essere belli ricchi affascinanti di successo.

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