Wireditorial: i pro e i contro di Masterpiece

È iniziato ieri sera Masterpiece, il tanto atteso programma di Rai3 che applica il meccanismo del talent show a un genere mai esplorato prima in questo ambito e da sempre fra i più ostici all’adattamento in forma televisiva: la letteratura. La prima fase si articolerà in sei puntate in seconda serata, di domenica, in ognuna delle quali sarà selezionato un finalista scelto a partire da una rosa di scrittori esordienti che quest’estate hanno mandato il loro manoscritto alla produzione del programma (sono stati quasi 5mila); i sei finalisti, scelti ogni volta attraverso una serie di prove (la valutazione preliminare della loro opera, una prova di scrittura veloce e un colloquio con una personalità forte dell’editoria), accederanno alla seconda fase del programma che andrà in onda da febbraio 2014, in prima serata se il format risulterà all’altezza (la puntata d’esordio ieri ha fatto poco più del 5% di share). Il vincitore finale, in ogni caso, si aggiudicherà la pubblicazione del proprio romanzo da Bompiani (ieri era infatti ospite Elisabetta Sgarbi) con una tiratura di 100mila copie; a giudicare i partecipanti, in pieno stile talent, tre scrittori per molti versi molto differenti fra loro: Massimo De Cataldo, Andrea De Carlo e l'”afropolitan” Taiye Selasi.

Inutile dire che l’opportunità di trasformare in un programma televisivo – uno show, a dirla tutta – quella che è la complicatissima (seppur molto, troppo diffusa) aspirazione a divenire scrittori ha diviso in maniera decisa i commentatori, anche prima della partenza effettiva del programma. Si può dire che un condivisibile e riassuntivo punto di vista, però, l’ha espresso Mario Fillioley in un suo articolo per IL: “Si possono tollerare talent show sulla musica, il canto, la danza, la recitazione, la cucina, e perfino gli sport di squadra (sì, ce ne fu anche uno sul calcio, tempo fa), ma non sulla scrittura: la letteratura no, no. Altrimenti poi che fine fa lo scrittore o l’aspirante tale? Quello che abita in un faro isolato dal mondo, e la notte si alza dal letto folgorato dalla musa, si prepara due napoletane di caffè Hag e scrive rapito dal demone fino alle prime luci dell’alba. Mica lo possiamo mandare in video uno così. (…) La verità è che la levata di scudi contro il talent degli scrittori fa da valvola di spurgo per un pensiero che da sempre in Italia è sotteso a qualsiasi argomento riguardi l’intrattenimento puro: è il male assoluto. (…) E infatti l’Italia è l’unico Paese in cui la letteratura (così come il cinema) di consumo si preoccupa costantemente di apparire autoriale”.

Ad ogni modo, una volta vista la prima puntata, Masterpiece risulta essere un programma con le sue debolezze, nonostante abbia anche le sue qualità indubbie:

(+) Come dice Fillioley, l’idea di Masterpiece è quasi sovversiva, perché strappa la comunicazione della letteratura ai suoi ambienti preposti che spesso l’asfissiano, riconsegnandola a una dimensione che può veramente dimostrare come i libri possano essere popolari (ma figuratevi che non c’è nemmeno il televoto), senza che questo divenga per forza una taccia ineliminabile. Televisione significa pubblico (più o meno) vasto, quello che gli angosciati della crisi del libro vanno da sempre cercando.

(+) Il programma è anche un format originale, innovativo, per una volta tutto italiano. È stato voluto e difeso dal direttore di Rai3 Andrea Vianello e ha creato qualcosa che prima non c’era (cosa rara per la tv italiana). Inoltre ha portato nella seconda serata della terza rete di Stato un format “alla Sky”, moderno e veloce e con ritmo. Dite poco.

(+) Così com’è pensato, il talent ci fa conoscere a fondo gli scrittori, non solo quelli che vorrebbero esordire ma anche i giudici stessi. Se Andrea De Carlo si è calato forse un po’ troppo nel copione che lo vuole il Bastianich della situazione, più convincenti sono Taiye Selasi, una scrittrice dal grande talento che è giovane, molto appropriata nei commenti e anche una bellezza notevole; anche De Cataldo regge bene lo schermo, con una bonarietà venata di ironia tagliente (un po’ meno utile, data anche la presenza della voce narrante, il “coach” Massimo Coppola spesso ostentatamente compiaciuto e freddamente empatico nei confronti dei concorrenti).

(+) La freddezza di certi giudizi, seppur rientrante nelle dinamiche di un programma ad eliminazione, può anche dare nuova luce a un problema molto diffuso: in Italia tantissimi sono convinti di poter scrivere, e veramente pochi lo sanno fare sul serio. Che ci sia qualcuno che dica chiaramente che non ci si può improvvisare romanzieri, e lo dica in tv in modo che molti lo recepiscano, è bene.

(-) Detto ciò, è vero che il format mostra le sue lacune, forse dovute al fatto che, appunto, si sta sperimentando: non si spiega come mai, in un talent legato alla letteratura, la letteratura sia veramente poco presente (i concorrenti, ma non tutti, leggono appena un paio di righe del loro romanzo) e spesso prevale la biografia degli autori che la loro opera.

(-) Questo ci porta al secondo punto debole: le vite degli scrittori al centro della prima puntata avevano più o meno tutte dei risvolti drammatici (l’anoressia, la prigione, il disagio psichico ecc.), in un ambivalente rinnovo del cliché dello scrittore maledetto che però si coniuga inevitabilmente alla spettacolarizzazione televisiva del dolore. Si può essere scrittori anche senza essere “casi umani”, se si vuole utilizzare l’espressione ricorrente sui social network fra i commentatori più duri del programma. Per di più le fragilità di questi stessi autori mal si conciliano col meccanismo serrato delle prove e dell’eliminazione graduale e progressiva dei vari concorrenti.

(-) Il dubbio di fondo è che, poi, sia molto difficile individuare dei criteri con cui giudicare i libri, in generale. È molto differente dal giudicare l’intonazione di un cantante o la precisione di un ballerino; per di più tutto deve rientrare nella logica di una pubblicazione che mira a creare “il caso editoriale dell’anno”. Un dubbio che sembra poter essere sintetizzato da quello pronunciato da Lilith, il finalista della prima puntata, dopo aver parlato con Sgarbi: “non so se sono riuscito a vendere bene il mio prodotto”.

Certamente Masterpiece è un programma interessante già perché controverso, e comunque ha bisogno di un rodaggio e di un perfezionamento dei meccanismi che si spera possano salvarlo dalla noia e dall’ostentazione dei sentimenti mostrate nella puntata d’esordio. Ha già il merito di far parlare della letteratura, dell’editoria, dei loro meccanismi e dei loro limiti. Viene tuttavia anche da porsi un’ulteriore domanda, in fondo: dopo aver visto il primo episodio di Masterpiece, a uno scrittore esordiente viene davvero voglia di tentare quella strada per essere pubblicato? Sorge qualche dubbio, ancora.

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