Blue Jasmine e la generosità degli altri

20131206-194904.jpgBlue Jasmine, uscito ieri, è un bel film di Woody Allen: non un capolavoro di Woody Allen, come tutti i critici tengono a sottolineare da un decennio a questa parte per ogni sua opera, ma nemmeno un film talmente inconsistente e sgangherato come era stato To Rome with Love, per fortuna. In supporto del regista newyorkese viene sicuramente la scelta di rivisitare in chiave molto brillante il capolavoro di Tennessee Williams, A Streetcar Named Desire. Anche qui vediamo in scena la passione di due sorelle totalmente diverse fra loro: la prima, Jasmine ovvero Cate Blanchett, viene da un mondo sfarzoso, frivolo e pretenzioso, in cui contano il successo e il ruolo in società; l’altra, Ginger (Sally Hawkins) è una modesta cassiera di San Francisco, grezza nel gusto e con scarsa considerazione di sé tanto da finire sempre con uomini che non la meritano. Ma lo stesso fa Jasmine, che si fa comprare da ricconi che la ricoprono di regali ma la tradiscono in ogni modo (ricordando ancora una volta la Blanche Dubois di Un tram…, che può vivere solo dipendendo dalla gentilezza degli altri), tanto che la rivelazione delle truffe finanziare del marito Hal (un Alec Baldwin un po’ monocorde) e il suo successivo suicido la riducono sul lastrico, costretta a trasferirsi dalla sorella in preda a un feroce esaurimento nervoso.
Sorvolando su qualche stanchezza nel ritmo del film, che si gioca su un alternarsi continuo di presente e ricordi, di realtà e visioni maniacali, da Blue Jasmine si esce piuttosto scossi. Anche se i dialoghi serrati mettono spesso a nudo in modo sagace la diversa concezione che anima le vite di persone appartenenti a milieu sociali totalmente contrapposti, è la dolente, nevrotica, straordinaria interpretazione di Cate Blanchett a fare della pellicola un ritratto disturbante della superficialità del vivere d’oggi: prima maestra nel mascherare i sentimenti, ricoprendoli sotto la coltre di regali e rispettabilità di cui gode di riflesso per via del marito, Jasmine diventa poi una donna sperduta senza più identità, costretta a vagare nei suoi ricordi di gloria e non riuscendo più a stare al passo col mondo – quello reale – se non attraverso psicofarmaci e menzogne. Da questo punto di vista le fa da perfetto contraltare la sorella Ginger, anche qui un’ottima interpretazione di Hawkins, che dovrebbe essere un punto di riferimento dello spettatore verso una dimensione più equilibrata e domestica, invece finisce per rappresentare l’appiattimento delle ambizioni personali verso l’accontentarsi della mediocrità.
A volerlo vedere sotto un’ottica personale più che sociale, Blue Jasmine parla della scala di valori un po’ sfalsata che vive ognuno di noi: è facile dimenticarsi dei parenti ingombranti o imbarazzanti ma non altrettanto rinunciare alla propria borsa di Hermès, alla giacca vintage di Chanel, alle valigie Louis Vuitton; è più facile demolire i progetti e lo stile di vita degli altri che non rendersi conto della vacuità dei propri. Allen mostra, meglio che in ogni altra pellicola o documenti più impegnati, quanto la crisi scatenata dalle varie bolle finanziarie abbia minato nelle sue basi più profonde la nostra concezione del vivere tutta fondata su un apparire destinato a implodere. D’altronde è proprio quella sicurezza degli oggetti che ci manca, e da essa nasce il nostro faticare nel mondo di questi anni.
C’è anche tutto un sottotetto sulla menzogna e la sincerità, con tutti i vari personaggi che si danno a turno dell’ipocrita e del truffatore: mentiamo a noi stessi, mentiamo agli altri, mentiamo per rubare denaro, mentiamo per mantenere il quieto vivere, mentiamo per non ferire e così feriamo di più. Sembra un gioco cinico alla distruzione della dimensione altrui, ma in realtà non è altro che una autodistruzione (e in questo aspetto il film mi ha ricordato un recente libro di Massimiliano Governi, Come vivevano i felici, Giunti, che è la riproposizione – con toni più feroci e uno stile crudo alla Bret Easton Ellis – della storia del figlio del truffatore mondiale Bernie Madoff, una vicenda famigliare di tragedia indissolubilmente legata al mondo finto e gonfiato della finanza facile).
In pieno stile alleniano, il film ha anche i suoi momenti di umorismo melanconico e paradossale. Ma la disperazione di Jasmine, che per trovare se stessa si è cambiata perfino nome, sta tutta nella scena finale in cui, abbandonata da tutti, coi capelli bagnati e il trucco sfatto ma sempre con la sua bella giacca Chanel, parla da sola su una panchina. È la sua follia, ma non è forse un po’ la follia di noi tutti?

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