Lena Dunham, Vogue e l’immagine della donna

A fashion magazine is like a beautiful fantasy“, una rivista di moda è come una bella fantasia: parola di Lena Dunham, l’autrice e attrice rivelazione degli ultimi anni, la donna dietro al successo di una serie vera, cruda, senza filtri come è Girls su Hbo. Il modello di giovane ragazza rappresentato nella serie è interessante in quanto descrive un tipo femminile poco esplorato dalla televisione finora, portando sullo schermo quella verosimiglianza, quella contraddizione, quella nudità spigolosa spesso negate da stereotipi più superficiali e modaioli. Proprio per questo motivo ha fatto molto discutere la comparsa di Dunham sulla copertina dell’ultimo numero dell’edizione americana di Vogue: da una parte perché Dunham, appunto, non ha decisamente le fattezze e l’allure tipiche della modella di Vogue e per questo la sua copertina aveva in sé un valore di rottura e apertura a altre rappresentazioni femminili; dall’altra, polemicamente, perché molti hanno considerato lo stesso servizio fotografico, evidentemente ritoccato con Photoshop, un insulto alle stesse premesse di apertura e rispetto verso donne diverse, più formose e reali.

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In molti, soprattutto su Internet, hanno sollevato perplessità nei confronti di Dunham stessa, sottolineando la contraddizione fra le sue immagini photoshoppate e artefatte e il suo stile di scrittura televisiva che fa invece dell’aderenza senza luoghi comuni alla realtà un punto fondamentale. Il portale online Jezebel, che da tempo pubblica immagini non ritoccate dai set fotografici delle riviste patinate, ha addirittura offerto 10mila dollari a chi procurasse le foto al naturale dello shooting di Dunham con la fotografa Annie Leibovitz per Vogue Usa: nel giro di due ore quelle foto sono arrivate, mostrando in effetti alcuni interventi di miglioramento e più che altro di copertura di difetti negli scatti poi pubblicati. Capelli e trucco ritoccati, collo e braccia sfinati, abiti resi più coprenti: questi interventi sono evidenti, ma il risultato è comunque quello di una donna dalle forme sinuose e non canoniche (almeno che per un fashion magazine). Chi vede quelle foto riconosce Lena Dunham e la sua peculiarità; cosa più importante, la stessa Dunham si dice, in una dichiarazione a Slate, soddisfatta del servizio fotografico: “Io so solo che ho sentito che Vogue mi ha appoggiata veramente e che ha voluto avermi rappresentata in copertina. Non mi sono mai sentita maltrattata; ero veramente felice perché mi hanno vestito e curato in un modo che riflette chi sono. (…) Non capisco come possa essere una brutta cosa vedere, Photoshop o no, una donna differente dalla tipica cover girl di Vogue.”

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Nelle scorse settimane si è creato un caso analogo per la copertina di Elle Us: il numero di febbraio, infatti, era dedicato alle “Women in Tv”, con copertine multiple che raffigurano le attrici brillanti Zooey Deschanel, Amy Poehler, Allison Williams e Mindy Kaling; tutte queste protagoniste sono rappresentate a figura intera e con foto a colori, tranne Kaling, di origine indiana e un po’ più rotonda delle altre, a cui è stato dedicato un ritratto in primo piano e in bianco e nero. Molti osservatori hanno criticato la scelta considerata razzista e “fat-ist” (altre polemiche simili avevano riguardato la stessa rivista per la cover con Melissa McCarthy, coperta da un notevole cappotto), ma anche in questo caso la diretta interessata ha smontato le polemiche con un tweet: “Amo la mia copertina su Elle. Mi ha fatto sentire glamour e cool. Se volete vedere di più del mio corpo , uscite con me per tredici volte.”

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C’è dunque un problema che sembra polarizzato agli estremi: da una parte i tentativi dei fashion magazine di aprire a modelli femminili diversi, più realistici e meno patinati, non riuscendo comunque rinunciare a una presentazione di allure e di glamour che ne esalti la bellezza eliminando difetti che per milioni di donne invece sono la pura normalità; dall’altra, invece, il popolo del web che si scatena su posizioni di rispetto delle diversità, trasformando critiche a scelte editoriali in crociate contro le discriminazioni. In realtà il punto è proprio quello individuato da Dunham: pur partendo da persone reali (anche le modelle lo sono), le riviste di moda creano nei loro servizi dei mondi che di reale hanno poco (a partire dal prezzo degli abiti), avvicinandosi più a un’estetizzazione artistica che a un racconto sociale. D’altronde è innegabile che le riviste non rispecchiano la realtà, di certo in qualche modo la influenzano, dando vita soprattutto nel passato a modelli falsati e in certa misura dannosi: l’eccessiva magrezza, la ricerca smodata del lusso, l’ossesione per la forma. Ma anche i magazine patinati cambiano e campagne come quelle organizzate da Vogue Italia di Franca Sozzani contro l’anoressia e la bulimia, ad esempio, dimostrano che questi stessi magazine possono essere uno strumento potentemente influente per scardinare certi stereotipi.

Vedere la cicciottella Lena Dunham o l’indiana Mindy Kaling sulle copertine di riviste che hanno un ascendente aspirazionale molto forte sul pubblico femminile è già un passo in avanti; pretendere che le riviste rinuncino in toto a migliorare esteticamente le proprie protagoniste, mostrandone la bellezza nuda e cruda, è auspicabile ma forse eccessivo o perlomeno prematuro. Il limite di certe campagne online aizzate contro Vogue o contro Elle è che sembrano dettate da un’esasperazione del dibattito che divide in modo manicheo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: sul corpo delle donne esiste una mercificazione conclamata e amaramente ancora troppo diffusa, questo è certo, ma non si può dimenticare che ogni donna è anche libera di esprimere il proprio aspetto come crede. Se Dunham e Kaling sono soddisfatte della loro rappresentazione, certe polemiche decadono autonomaticamente. È anche questione di distinzione dei canali, come dice la creatrice di Girls: “Vogue non è il posto in cui si cercano donne realistiche, è il posto in cui si cercano bei vestiti, luoghi fantastici ed evasione (…). Se volete vedere come sono davvero andatevi a vedere la mia serie ogni settimana.”  Ci sono vari tipi di femminilità, l’unica cosa importante è saperle rappresentare e rispettare tutte quante. Come via di mezzo, la speranza è che da un lato i femminili si adeguino sempre più velocemente e sinceramente alla varietà della donna, senza scorciatoie, e che dall’altra certe polemiche femministe si adeguino a una realtà che non sempre si può ridurre a una dimensione unica, sebbene sia la più naturale. Un equilibrio fra vanità e verità che, nell’epoca dei selfie, conosciamo bene tutti quanti.

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