Wired: La fine dei libri alimenta dibattito web

Pubblicato su Wired.it:

Della fine dei libri ce n’eravamo già occupati a modo nostro su Wired.it, alla fine dell’anno scorso, evitando ogni allarmismo o drastico scenario di irriducibilità e suggerendo piuttosto che i libri in sé sono già oggi affiancati, o si integrano, a strumenti come app o giochi che amplificano l’esperienza letteraria. Ma da una settimana sul web si è riacceso il dibattito sulla sopravvivenza del mezzo “libro”, complice una riflessione del direttore de ilPost.it Luca Sofri sul suo blog Wittgenstein, in cui afferma che “il libro non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea“.

Sofri sostiene, infatti, che i libri stanno declinando da una parte perché Internet ha reso le nostre abitudini di lettura più rapide e versatili (per non parlare di giochi, video e social network che occupano prevalentemente il tempo libero una volta dedicato ai libri), dall’altra in quanto sempre il web fornisce strumenti di espressione (i blog stessi, o comunque i siti di approfondimento e discussione online, ad esempio) che sono più sintentici ma non meno efficaci e puntuali di saggi cartacei più lunghi. Sofri tra l’altro cita un articolo di Slate in cui Jack Shafer affermava già nel 2010 che “the glow derived from books has dimmed“, la loro brillantezza si è in qualche modo affievolita, e che il passaggio agli ebook e al digitale sta rompendo le ultime resistenze del formato libro in sé: oramai “books are being replaced by reading“, i libri sono sostituiti dalla lettura in quanto tale. Sofri spinge ulteriormente questa considerazione, paragonando i libri al teatro che è ad oggi “nicchia laterale della cultura contemporanea che non interagisce più con la sua crescita e le sue evoluzioni“.

Considerazioni troppo drastiche? Che sia in corso un cambiamento epocale per quanto riguarda la percezione e la fruizione dei mezzi culturali è indubbio, come lo è il fatto che i libri siano oggetto di mutamenti che sono al contempo estremi (il passaggio agli ebook ha messo in crisi parecchi meccanismi editoriali) e contraddittoriamente frenati (il sistema editoriale stesso è uno dei mondi più ostinatamente conservatori rispetto alle novità). Le reazioni più o meno dure alle parole di Sofri, in ogni caso, non si sono fatte attendere: sempre su ilPost, Gianluca Briguglia, ricercatore in Filosofia all’Università di Vienna, ha proposto la sua “difesa non romantica, ribadendo che “i tempi (e i libri) lunghi conviv[o]no ancora e lo faranno a lungo con i tempi brevi e che la qualità dei tempi brevi si nutr[e] anche della qualità dei tempi lunghi, non solo di tecnologie e di rapidità“; in altre parole, pur essendo vero che forme – di saggistica, in questo caso – più brevi e incisive stanno avendo grande affermazione in questi ultimi anni, non per questo vi è una perdita radicale di importanza di quelle forme di riflessione più articolate e dispendiose dal punto di vista di tempo (e carta) come possono essere i saggi accademici più strutturati: c’è quindi una convivenza e una distinzione di scopi e ambiti, più che una sopraffazionale dell’una forma sull’altra. Una reazione nettamente più decisa è quella che viene da Antonio Tombolini, uno dei più grandi esperti nel campo della letteratura digitale in Italia, il quale contraddice la tesi di Sofri secondo cui il mercato dei libri si stia contraendo drasticamente e in modo fatale, con una crisi commerciale che si traduce poi in fatto culturale: negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ad esempio, tramonta progressivamente il sistema  cartaceo, ma i libri in formato ebook hanno negli anni scorsi fornito un nuovo motore al mercato editoriale, tornando a far crescere i valori economici complessivi.

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Cifre a parte, mi sembra che la questione posta da Sofri vada in qualche modo corretta spostandoci su questioni più generalmente culturali. Le sue osservazioni, ad esempio, sembrano concentrate su un certo tipo preciso di prodotti editoriali, ovvero i libri di saggistica o manualistica, che subiscono quelli sì veramente la concorrenza “spietata” dei canali multimediali e che vedono ridimensionata fortemente la loro utilità a fronte delle risorse disponibili (infinitamente, gratuitamente, interattivamente) online. Ma c’è tutto un altro tipo di libri (e in questo mi ricollego alle precisazioni espresse anche da Massimo Mantellini sul suo blog) che costituiscono un sistema letterario che ancora non è propriamente intaccato dalle dinamiche del digitale odierno (parlo di media culturali in quanto tali, non di formati), ma funziona da punto di riferimento culturale ancora autonomo: si pensi alla narrativa e alla poesia (la letteratura in senso stretto, cioè), oppure alla manualistica scolastica, o ai libri per l’infanzia. Sono  mondi letterari, questi, che hanno una loro valenza e una loro autonomia di significato che non è ancora stata sostituita da forme simili o alternative su internet (semmai le loro stesse modalità sono state copiate, con alterne vicende, sul web: si pensi ai blog di poesia o ai web-romanzi a puntate).

Questi sono prodotti editoriali e letterari, soprattutto i romanzi, che hanno percorsi di sopravvivenza che esulano da meri discorsi numerici o d’utilità, e si rifanno invece a scuole di gusto e di pensiero, a tendenze estetiche particolari, a contingenze e interazioni con altre forme artistiche, a fattori comunque a volte estemporanei e imprevedibili (e a questo proposito il parallelo, a volte inappropriato, con la musica ci dà l’esempio del ritorno in auge, inaspettato e per niente nostalgico, del vinile). Come scrive Andrea Inglese su alfabeta2, con parole più degne: “Non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere da trasformatori di tempo. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.

In altri termini, sebbene il discorso di Sofri sia effettivamente valido quando si sofferma sulle abitudini di lettura e sul modo in cui fruiamo la cultura attualmente, come su certe contraddizioni quantitative del mercato editoriale e culturale, appare forse troppo drastico quando dichiara tout court la fine dei libri: semmai siamo in prospettiva (ancora non così prossima) della fine di un certo tipo di libri – i libri utili, i saggi brevi, i manuali – ma ancora ci si deve interrogare a lungo su cosa potrà spingere al cambiamento altre forme letterarie come i romanzi o i saggi accademici, che restano legate a espressioni più profonde, filosofiche e meno utilitaristiche della cultura dell’uomo. Queste domande probabilmente non porteranno alla morte di queste forme letterarie, ma saranno semmai all’inizio di un loro cambiamento nella direzione di un’integrazione, ma non di una sostituzione, coi mezzi del web. Sono solo ipotesi, previsioni: d’altronde nessun libro può prevedere il futuro.

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