Srebrenica e la solitudine del ricordo

Il massacro di Srebrenica, avvenuto l’11 luglio 1995, rappresenta una delle pagine più aberranti della storia internazionale recente, riconosciuto con un vero e proprio genocidio perpetrato nei confronti di più di 8mila bosniaci mussulmani da parte delle milizie serbe e con il quasi totale non-intervento del contingente di pace Onu presente all’epoca in quei territori. Il contesto è quello tragico delle guerre iugoslave che hanno insanguinato gli anni Novanta, in particolare la lotta per l’indipendenza della Bosnia Erzegovina ostacolata dalla Serbia e dagli stessi bosniaci di etnia serba; la sfortuna di Srebrenica, fin dal 1993 protettorato delle forze internazionali di pace, fu proprio quello di essere l’ultima enclave a maggioranza islamica in una nuova formazione politica, la Repubblica serba di Bosnia, che voleva spazzare via, invece, ogni “straniero” rimasto (e, d’altronde, le pulizie etniche erano una caratteristica costante dei conflitti balcanici dell’epoca, portate avanti in modo più o meno consistente da tutte le forze in campo).

Sembrano ricordi lontani, e invece sono vicende efferate al limite dell’umano che andrebbero studiate fra i banchi di scuola e invece rimangono taciute come vergognose ma incidentali parentesi di cronaca. A risvegliare la memoria su questi tragici fatti ci pensa un libro appena pubblicato da Giunti, Come fossi solo, scritto da Marco Magini, economista specializzato in sviluppo sostenibile, con questa sua opera prima finalista alla scorsa edizione del Premio Calvino, e che paradossalmente ha ventott’anni – paradossalmente perché non ci si aspetterebbe un racconto crudo e potente come questo, riguardante una vicenda così spinosa e intricata come questa, da chi all’epoca aveva solo dieci anni. Invece Magini riesce a costruire in modo convincente una prospettiva inedita sui fatti, facendoli raccontare da tre voci maschili variamente coinvolte nell’episodio: Dirk, il soldato del contingente olandese mandato, inesperto e impotente, a pattugliare le zone per conto dell’Onu; Drazen Erdemovic, un giovane croatobosniaco che si arruolò nella milizia serba per disperazione e  che fu materialmente responsabile dell’uccisione di migliaia di civili, e uno dei pochi a essere condannato dopo essersi dichiarato colpevole; Romeo Gonzáles, il giudice spagnolo che fece parte della commissione del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia che giudicò il caso. Si fa fatica a chiamarlo romanzo, perché questi personaggi sono realmente esistiti, incarnano anche nell’elaborazione narrativa i veri protagonisti coinvolti a vario grado in una follia efferata, insensata, per certi versi universale.

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Il libro di Magini pecca, in particolare nei primi capitoli, di uno stile semplice e approssimativo (che senso ha mettere in bocca a un soldato olandese una frase del tipo “Cosa minchia si sono messi in testa?“?), guadagnando però  di bruciante essenzialità verso la conclusione via via che le azioni si fanno più concitate e drammatiche; per il resto, la sua maturità sta nel riprodurre gli eventi con sconcertante lucidità, senza prendere l’una e l’altra parte, ma descrivendo l’uomo, qualsiasi uomo, messo di fronte alla schiacciante verità del proprio essere inutile, in una situazione in cui nessuno  può dirsi pienamente innocente (nemmeno il giudice internazionale) e in cui tutti, in un modo o nell’altro, si nutrono e per certi versi sopravvivono grazie all’odio o l’indifferenza che provano nei confronti di chi è considerato “altro”. C’è una sincerità evidente in questa narrazione sui fatti di Srebrenica, che prende giustamente il posto di tanti resoconti contriti o compassionevoli: in quell’enclave bosniaca sono morti tutti, chi fisicamente chi moralmente, con la complicità attiva di spietati criminali (molti dei quali ancora latitanti) e l’inerzia colpevole di chi, come i caschi blu, obbedendo a insensati protocolli non ha fatto nulla per fermare l’inevitabile. Il massacro di Srebrenica è una pagina triste della coscienza di tutti, su cui questo libro tiene alta l’attenzione e l’importanza del ricordo.

Fuor di banalità, soprattutto per quanto riguarda eventi così vicini nel tempo e nello spazio ma così accantonati, ricordare è doloroso ma necessario: sfidare la semplificazione delle parole e il pericolo della dimenticanza è il compito che si è prefissa anche l’attrice e regista Roberta Biagiarelli, dal 1998 in giro per l’Italia (e nel 2005, in occasione del decennale, anche in Bosnia) con lo spettacolo A come Srebrenica, scritto con Giovanna Giovannozzi e Simona Gonella. Si tratta di un  lungo monologo di un’attrice sola sul palco, un lungo atto di accusa che vuole dar voce alle decine di migliaia di vittime puntando il dito contro i carnefici, incarnati anche nella ragion di stato e negli interessi politici. Quello di Biagiarelli è il tentativo potente e lancinante di trovare un senso alle parole, di riempirle non con la verità, sempre più lontana e sfuggente, ma con l’umanità e le vite perdute di chi è stato spazzato via dalla furia di una violenza inconcepibile.

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Ma oltre a rappresentare, la letteratura ha anche il potere di costruire: è il caso del progetto La TransuManza della Pace, che lega Roberta Biagiarelli a Gianni Rigoni Stern, figlio del grande scrittore Mario. Forte delle sue competenze e della sua tenacia da “montanaro”, Rigoni Stern ha subito riconosciuto grandi affinità di clima e di suolo fra il territorio di Srebrenica e il suo natio Altopiano di Asiago: da lì l’idea di cercare di rimettere in piedi una terra e una popolazione distrutte dalla guerra fornendo agli abitanti una formazione agricola concreta, ma soprattutto introducendo in loco l’allevamento della Rendena, un tipo di vacca molto adatta a quell’ambiente (da noi è molto diffusa in Trentino). Da quando è partita l’iniziativa, nel 2009, sono state portate a Srebrenica oltre cento manze e manzette per non parlare delle decine di macchinari agricoli di cui si è insegnato l’utilizzo ai bosniaci (il conflitto, decimando la popolazione abile, aveva lasciato solo donne e giovani inesperti e senza alcuna esperienza di lavoro). Nel 2011 Biagiarelli e Rigoni Stern hanno realizzato un road movie che mostra come Srebrenica stia rinascendo pian piano dalle ceneri grazie agli sforzi della propria gente. Perché conoscere e far conoscere certe tragedie significa anche stimolare a far qualcosa per rimediare a quelle colpe che macchiano, direttamente o indirettamente, la coscienza di tutti.

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