Strategie per arredare il vuoto

Se la teoria sostenuta da alcuni (non da me) secondo cui i libri non si giudicano dalla copertina può avere dei fondamenti, quella per cui non si dovrebbero giudicare nemmeno dai titoli mi pare, invece, totalmente assurda. Un tempo espressioni di pura funzionalità catalogatoria (indicavano chi aveva scritto un testo e di cosa parlava e perché), col tempo sono divenuti un mezzo espressivo, quando non anche di marketing, per catturare il lettore in un universo di senso, promettendogli conoscenza o esperienza. Con questa convinzione non esito a dire che il primo elemento ad attrarmi irrecuperabilmente, nel libro di esordio di Paolo Marino, giornalista piacentino di nera, è stato il titolo: Strategie per arredare il vuoto (Mondadori). Insolito, se vogliamo, e però estremamente pregno: come se il vuoto fosse uno spazio (reale o dell’anima) da abitare, di cui prendere possesso disponendovi i propri “mobili”, le proprie dimensioni.

-1La promessa, appunto, psicologica del titolo è del tutto mantenuta dalla storia raccontata, se vogliamo più volte esplorata dalla letteratura eppure dalla profondità inedita: l’estate di Edo, tredicenne dall’ingenuità solo apparente e dalla fantasia più che fervida, è sconvolta dalla scomparsa dei genitori. Questo lutto ineffabile è solo accennato, mai spiegato, ed è solo il punto di partenza per narrare ciò che il giovane protagonista riesce a costruirsi attorno per sopravvivere. Tuttavia non definirei questo libro un romanzo di formazione, di crescita attraverso il dolore; è la storia di un’accettazione, di una presa d’atto rassegnata, di una sfida già persa in partenza: “Una cosa che ti tiene al mondo è poter confidare nel fatto che tutto prima o poi s’aggiusta, oppure, se anche rimane guasto, che c’è modo di conviverci.”

E la convivenza fra Edo e il suo dolore è delle più peculiari: come un precocissimo Bartleby rifiuta stolidamente la presenza degli zii in casa (“Preferirei di no“, dice letteralmente), vuole vivere da solo nelle stesse stanze che prima condivideva col padre e la madre, e loro alla fine, goffi e totalmente impreparati alla sua sviluppatissima sensibilità, finiscono quasi del tutto per abbandonarlo. Però Edo si trova attorno, volente o nolente, una compagnia del tutto particolare che lo affianca nel suo immobile viaggio dolente: le gemelline Greta e Lavinia, un po’ algide e petulanti, che con la loro imposta fermezza riescono in qualche modo però a rifocillarlo e distrarlo; l’amico Enea, che non vuole varcare mai la soglia e che come una sentinella vigila da lontano la vita del compagno di giochi; lo strano rappresentante di aspirapolveri, l’unico adulto preponderante nella storia, che s’installa in casa e, tutto preso della sue manie igieniste, rischia più volte di asfissiare mentre tenta di uccidere tutti i microbi del mondo gettando litri di candeggina negli scarichi (pulizia estrema fuori per pulirsi dentro, forse); infine i tre teppistelli che con la loro immatura e insensata violenza ripiombano Edo nella solitudine e nell’apatia.

Perché proprio l’apatia sembra essere l’unica soluzione che il ragazzo trova fra le quattro mura della casa in cui sceglie metaforicamente di sotterrarsi: “Se inizialmente avevo subito il silenzio e sofferto della mancanza di riverberi intorno a me, col passare dei giorni iniziai ad apprezzarlo come l’elemento più adatto a coltivare l’esistenza. Mi stavo convincendo che bianco, vuoto, silenzio andassero nella stessa direzione.” Un’apatia che però è arricchita dalla straordinaria attività mentale di Edo, che riesce a trasfigurare le persone, gli oggetti e gli spazi ed immergerli in un’immaginazione liquida e luminosa, ma anche sotterranea, malata, melmosa e purulenta. In realtà Edo è il creatore di una specie di realtà parallela, in cui il lutto non viene mai affrontato di petto e in cui tutti i tentativi esterni di penetrarla (anche dei coetanei, che non trovano mai una lunghezza d’onda efficace) riescono a scalfirla solo in superficie. Edo è inerme, non può che rifugiarsi nella sua casa, evitare di uscirne il più possibile, accontentarsi di un’esistenza spogliata, svogliata, sprecata.

Lo stile con cui Marino racconta questa vicenda umana straziante è di grande impatto: sceglie sempre parole taglienti, esatte, crude nella loro semplicità e aderenza alla realtà e al dolore. Quando invece si passa alle fantasmagorie dell’adolescente, ai suoi stati quasi confusionali e onirici, allora il registro cambia improvvisamente, aumentando lo straniamento del lettore, evidente anche nei dialoghi riportati senza filtro e senza punteggiature (altro indizio, questo, a significare che la profusione delle parole è spesso un flusso ininterrotto quanto inutile). Se si cerca un senso, in fondo a questo libro (che è stato giustamente finalista del Premio Calvino nel 2012, ormai una garanzia per scovare esordi letterari di valore), si rimarrà profondamente delusi. È come se tutto dovessere essere svuotato e imballato come succede ai mobili della casa di Edo; come se non ci fosse risposta plausibile a un vuoto così improvviso e incomprensibile, che non si può accettare a nessuna età. Come se la necessità di esprimere quest’esistenza straziata andasse a cozzare in modo inevitabile con l’inutilità stessa del dire: “Era come tappare la bocca a una persona, precipitarsi con le mani protese in avanti a bloccargli le labbra, soffocarla se fosse stato necessario, impedire che sfuggisse il più primitivo dei suoni, scongiurare il rischio che fuoriscisse una frase e pretendesse d’intendere chissà cosa.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s