Il futuro nel passato dei Preraffaelliti

Fino al 13 luglio di quest’anno a Palazzo Chiablese a Torino si può visitare la mostra Preraffealliti. L’utopia della bellezza, forse una delle più complete, fedeli e avvincenti rassegne artistiche che abbiamo visto in Italia in questi ultimi anni (illuminazione a parte). Anche grazie alla strettissima collaborazione con la Tate Britain, infatti, gli organizzatori hanno raccolto e organizzato i più grandi capolavori pittorici che hanno fatto la storia del cenacolo artistico raccoltosi a partire dal 1848 attorno a Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais e William Holman Hunt. Un movimento, questo, a volte considerato solo incidentale nella storia delle temperie artistiche di quegli anni e invece rivelatosi a studi più approfonditi (ed è questo uno degli obiettivi della mostra) di profonda rilevanza per quasi tutti i decenni e tutte le scuole artistiche che seguirono, fino a essere riscoperto dalla cultura pop più contemporanea.

La Confraternita dei Preraffaelliti (“The Pre-Raphaelite Brotherhood“) ebbe in effetti la grande peculiarità di essere una delle prime avanguardie di fine Ottocento, qualche decennio prima dell’Impressionismo, rivolgendo la propria attenzione essenzialmente al passato, e potendosi quindi definire una specie di “controavanguardia”. Il loro nome viene infatti dal voler recuperare la purezza, l’intensità e la verità della pittura italiana prima di Raffaello, o meglio prima che l’esempio del pittore urbinate si cristallizzasse nell’opera dei discepoli ponendo le basi per la canonizzazione rinascimentale. I Preraffaelliti, nella pittura come nella scultura, nella poesia e nella filosofia, erano determinati a registrare la realtà sublimandone l’essenza nella potenza e nel rigore morale che venivano da suggestioni bibliche, mitologiche, medievali, gotiche. Ed ecco dunque il recupero delle storie narrate da Shakespeare, Scott, dai romantici inglesi e anche da Dante (Rossetti, nato in Inghilterra da genitori italiani, cambiò il suo nome in Dante Gabriel proprio dopo aver tradotto alcune liriche dantesche nel 1849 – si veda questo suo quadro, Il sogno di Dante alla morte di Beatrice, 1871).

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Ma il passato per i Preraffaelliti assume una dimensione tutt’altro che puramente revivalista: per loro l’arte antica è the-awakening-conscience-1853semplicemente sintomo di un ritorno a un’essenzialità pregna, a un nuovo modo di filtrare la realtà così com’è, registrandone le criticità in contrapposizione a un tempo superato ma idealizzato. Siamo nel pieno dell’era vittoriana (la regina Vittoria morirà nel 1901), nei decenni cruciali dell’espansione coloniale, industriale e materiale dell’Impero britannico, nel culmine della morale del double standard; l’arte era considerata ancora centrale (la produzione prerraffaellita è vastissima anche grazie al numero elevato di mecenati e committenti che all’epoca gonfiavano il mercato artistico), ma le briglie della critica e dell’accademia erano piuttosto asfittiche. Il Risveglio della Coscienza di Hunt (1853-54) è esemplare dell’anticonformistica ideologia preraffaellita: in un contesto sfarzoso e curato nei minimi dettagli, con molti accenni allo scorrere della vita quotidiana, è la donna dai facili costumi – la tipica fallen woman di hardiana memoria – a subire il ridestarsi del pentimento e dallo sbigottimento, lei si sta alzando verso la posizione eretta, mentre l’uomo che voleva concupirla assume una posa scomposta e lasciva. Le convenzioni formali si ribaltano, la verità sta oltre l’apparenza dei colori vividi e sanguigni, da cui è comunque trasmessa.

Fede e passione, vita quotidiana ed esperienze eterodosse, rifugio nel passato e critica della contemporaneità, esaltazione dell’amore vitale e fascino di una morte per sublimazione: tutti questi opposti si fondono nell’arte preraffaellita, una spinta rinnovatrice che si esprime attraverso colori potenti e sgargianti, ultrasimbolici, scenari estramementi curati e dettagliati, spesso sfarzosi e lussuosi, sfondi naturali di grande vividezza e realismo, modelli (e soprattutto modelle) anticonvenzionali e catturati con tecniche prefotografiche. Il pathos impliciti in ogni loro opera e la spasmodica, quasi malata, esaltazione della bellezza e della significanza estetica pongono il Preraffaellismo, soprattutto nella fase più matura del suo sviluppo influenzato fortemente da Ruskin, come essenziale precursore dell’estetismo, del simbolismo e – nella loro già acuta attenzione per le decorazioni e per il design di ambienti e oggetti (in primis le cornici) – anche dell’Arts&Craft di inizio ‘900. Se solo si osserva uno dei quadri più famosi del movimento, l’Ofelia (1852) di Millais, non a caso collocata in apertura della mostra torinese, si può vedere come sia già aperta la strada alle pennellate impressioniste e alla vocazione onirica presurrealista.

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Pur avendo avuto un circolo artistico molto ben definito e anche un loro giornale ufficiale (The Germ), i Preraffaelliti non furono mai propriamente un movimento in tutto e per tutto omogeneo. Si caratterizzano però, un po’ tutti per un‘indole eterodossa e viscerale e le loro biografie sono ricche di avventure e aneddoti che furono proprio gli elementi che li fecero sopravvivere a lungo nell’attenzione di chi si occupava d’arte. A proposito di Ofelia, dall’episodio shakespereano del dante_gabriel_rossetti_17_beata_beatrix-750x1024suicidio in acqua dell’amata di Amleto, è noto l’episodio secondo cui la modella che posò per il quadro, Elizabeth Siddall, prima moglie di Rossetti e pittrice di pregio ella stessa, dovette stare per ore immersa in una vasca da bagno e, quando le lampade che dovevano tenerla calda si spensero, si prese un terribile raffreddore che fu il primo dei malanni che minarono irrimediabilmente la sua salute; altro caso leggendario vuole che Rossetti, morta appunto la sua amata Siddall per una fatale dose di laudanio, pazzo di dolore la fece interrare con le sue poesie, ma tempo dopo, volendole pubblicare assieme alle proprie, la riesumò ritrovano i suoi capelli rossi – altro grande stilema preraffaellita – ancora più lunghi che al momento del decesso (alla sfortunata donna Rossetti dedicherà uno dei quadri più simbolici, Beata Beatrix (1870), il culmine della trasfigurazione estetica in ambito preraffaellita, in una completa immedesimazione dell’autore con la vicenda dantesca).

Gotici, passionali, strampalati, un po’ depressivi eppure determinati: la loro aura e la loro arte potente li hanno consacrati alla storia. Dagli abiti di McQueen e Gareth Plugh ai film di Burton e Russell, dai videoclip musicali (Nick Cave e Kylie Minogue fra tutti) alle graphic novel, l’impronta della loro estetica è ancora ben presente nell’immaginario odierno. Perché in fondo il segreto dei Preraffaelliti è stato, probabilmente, quello di saper trarre dal passato una lezione piena di significato, salvandone i parametri estetici ma applicandoli, con occhi totalmente nuovi e smaliziati, a un presente complesso e sempre più magmatico. Trovarono il modo di ancorarsi a delle certezze consolidate per affermare la propria dirompenza, una lezione affascinante e senza tempo che rende l’allestimento a Palazzo Chiablese un’occasione da non perdere.

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