Londra, Berlino, New York: tre libri tre città

Finiscono le vacanze, ma non la voglia di viaggiare. E se non lo si può fare fisicamente, perché non immaginare viaggi e itinerari attraverso i libri? Questo post collettivo raccoglie tre percorsi molto personali in tre grandi “capitali del mondo”, guidati da altrettanti autori di rilievo che hanno dato il loro personalissimo resoconto in libri-guida usciti quest’anno.

 

le-voci-di-berlino-copertina-libroMario Fortunato, Le voci di Berlino, Bompiani

Berlino è condannata per sempre a diventare e mai ad essere” scriveva nel 1910 Karl Scheffer. Questa definizione non smette di essere attuale per descrivere ancora un secolo dopo questa straordinaria metropoli in continua evoluzione, incapace però di nascondere le sue ferite che ne fanno la più tragica delle città europee. Mario Fortunato, scrittore italiano dalla voce elegante e appassionata, dopo aver imparato a conoscerla con frequenti visite, a questa città ha dedicato il suo ultimo libro, Le voci di Berlino, che non è “un racconto in senso classico, con un principio e una fine, e la metropoli sullo sfondo, ma casomai un alveare di vicende umane – tante vicende diverse, che giungevano a un senso e un compimento solo delineando i contorni della città attraverso la sua storia” ma è piuttosto “il romanzo di una città” raccontata nell’arco di un secolo attraverso una polifonia di storie.

Seguendo il grande esempio di Walter Benjamin, nume tutelare del libro per stessa ammissione di Fortunato, lo scrittore ci porta per mano e ci fa addentrare tra le vie di Berlino: nell’epoca della Repubblica di Weimar, incontrollata e geniale, da cui nasceva “tutto ciò che era sperimentale e inconsueto”, passando per l’epoca buia del Terzo Reich e quella asfittica e grigia della DDR, per gli anni della riunificazione sospesi tra un sentimento di delusione e uno di speranza, sino ai giorni d’oggi, con una città di nuovo capitale che è sia “una metropoli nordeuropea” che “la più grande città turca d’Europa”.

I testimoni di Fortunato sono donne e uomini alle prese con la loro ricerca di identità che sia artistica, sessuale o esistenziale, nati o emigrati in questa città tragica, euforica, divisa e viva che il grande architetto Daniel Libeskind definisce “un affascinante montaggio di storie contrastanti, di criteri, forme e spazi diversi”. Ma sono innanzitutto giovani perché Berlino, oggi come un secolo fa, è il luogo dove arrivano giovani da ogni parte del mondo per esplorare la propria inquietudine perché, come sostiene Fortunato, il loro “candore” si specchia nell’“innocenza” della città, creata paradossalmente dalla sua sovrabbondanza di storia. Berlino è fatta allora per i giovani proprio perché vive di memoria: una memoria dolorosa, divisa, irrequieta “fatta di vuoti, strappi e fantasmi-moltissimi fantasmi” che però non le impediscono di rinascere e reinventarsi sempre. Come i giovani. Come l’Araba Fenice, leggendaria proprio come questa città. Giulia Taddeo (@giuliataddeo)

 

9788859204503Paolo Cognetti, Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest, EDT

Io preferisco la mattina presto alla sera tardi. Preferisco i margini di Brooklyn a tutti i possibili centri di Manhattan. Preferisco i marciapiedi deserti alle strade gremite, le vecchie fabbriche in mattoni rossi ai grattacieli. Non è New York a essere così, sono io. Il marciapiede deserto sono io. La fabbrica di mattoni rossi sono io“. La prima cosa che si deve capire subito su Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest di Paolo Cognetti è proprio questa: la sua New York è Brooklyn. Quasi per niente Manhattan se non, forse, in certi angoli del Lower East Side, ogni tanto, ma comunque sempre per un tempo molto breve: il tempo di fare un giro, magari mangiare, e poi saltare sulla bici, riattraversare il ponte e tornare a casa. L’altra cosa fondamentale da sapere è che, citando Colson Whitehead, ognuno ha la sua personale New York, e ne esistono tante quante sono le persone che ci abitano, o che la amano.

Non vi dovrete stupire perciò se in questo libro non ci ritroverete la vostra: è la sua (si può leggere in proposito anche il suo New York è una finestra senza tende, una specie di prequel a questo libro). Fatta di angiporti, vecchi magazzini, dei pontili di Red Hook, di corse in bicicletta, e di Coney Island, e insomma di tanta Brooklyn, e poi di viaggi in metropolitana lunghissimi per andare nel Bronx a mangiare il pastrami in un minuscolo deli segreto che conosce quasi solo lui. Anche il fatto che l’autore viva molto in montagna da solo (leggete Il ragazzo selvatico, uscito per Terre di Mezzo) e poi, appena può, vada a New York, non deve stupire: “New York è solo un altro tipo di solitudine“. In questo libro troverete molto cibo, e molto amore per una città che non è una città e basta, ma senza dubbio la cosa più vicina che esista al cuore del mondo, sempre che il mondo abbia un cuore.

In un altro passo l’autore afferma: “Probabilmente amo New York anche per questo: perché, tra le infinite città che contiene, ce n’è una che mi somiglia come se l’avessi inventata io“. È meraviglioso che un libro così piccolo possa contenere tanta bellezza. È meraviglioso che ti faccia venire voglia di cadere in quelle pagine e andare in giro su quella bici, o anzi: su una bici vicina, di fianco all’autore. In qualche modo atterrare a New York significa provare un felicità mai provata prima e immaginare la propria puntina finalmente conficcata nel punto giusto sul planisfero. “Da dove mi trovo adesso, a New York e nella vita, – dice ancora Cognetti – l’est è un ricordo da gettarsi alle spalle. Tutte le mie preghiere guardano verso ovest“. Anche le nostre, Paolo. Anche le nostre. Francesca Pellas (@franpellas; una versione più lunga e personale di questa recensione si può leggere qui)

 

60398y-71QJ63G8Simonetta Agnello Hornby, La mia Londra, Giunti

Chi abbia letto uno degli avvincenti libri di Simonetta Agnello Hornby ha ben presente la sua voce riconoscibilissima, elegante, mai sbavata, estremamente espressiva. E bisogna immaginare quella stessa voce sfogliando La mia Londra, che è un viaggio nell’autobiografia dell’autrice – dal primo viaggio studio da “aliena” nella capitale inglese negli anni Sessanta al matrimonio con un britannico doc, fino ai vari traslochi e alle varie vicissitudini da avvocato, madre e moglie – ma soprattutto una preziosissima “guida turistica d’autore” per le vie di una delle metropoli più affascinanti del nostro continente.

Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco di vivere“, diceva Samuel Johnson, grande erudita inglese del Settecento, che Agnello Hornby prende a nume tutelare e a proprio personalissimo cicerone fra gli itinerari londinesi ma anche nelle abitudini e nella civiltà così peculiare che caratterizzano gli inglesi tutti, ma soprattutto gli abitanti della capitale. Agnello Horby segue le tracce dello scrittore e lessicografo sparse per la città, ma amplia poi questi percorsi ricostruendo la propria carriera (da solicitor e poi come avvocato indipendente per i minori) e la propria storia famigliare (il matrimonio, i figli, i suoceri), facendo memoria dei luoghi più significativi dei suoi spostamenti: Belgravia, Dulwich, Ashley Gardens a Westminster, la centralissima City.

L’esperienza pluridecennale da cittadina italo-britannica ormai naturalizzata londinese e il gusto estremamente ricercato di Agnello Hornby permettono di scoprire una Londra personalissima, raffinata, quasi segreta, che sembra non trovarsi in nessun libro di viaggio: “Passeggiando per le strade, i giardini e le piazze, questa immensità quasi non la percepisco; sono attratta dalle stradine, dai vicoli, dai portici e finisco per convincermi – sbagliando – che quel microcosmo è la vera Londra. Mentre semplicemente è la mia Londra“. Ed ecco allora fra i luoghi preferiti dell’autrice: il telescopio segreto nel Monument, il variopinto mercato di Brixton, il pub Old Cheshire nella City, il Fortnum & Mason per l’ottimo afternoon tea, la public library di Peckham, i concerti della Wigmore Hall, il piccolo Sloane Museum o la casa-museo di Johnson al n. 7 di Gough Square. Ma non è solo un viaggio fra i luoghi, questo, ma anche un’immersione in una cultura estremamente peculiare che è incarnata in ogni singolo angolo, vicolo e monumento di Londra: la sua apertura mentale, la sua millenaria storia di successi e di vitalità, la sua incessante contraddizione che la spinge sempre a crescere e a migliorarsi.  Che la rende la Londra che tutti sognamo di vivere. P.A.

 

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