La leggerezza di Calvino scrittore ed editore

Lo scorso agosto ho tenuto tre reading organizzati dalla Biblioteca Bedeschi di Arzignano (Vi), intitolati “Storie d’estate“. Quello che segue è il testo, leggermente rivisitato, che è servito da guida alla terza lettura, che si è svolta il 29 agosto ed era dedicata a Calvino.

Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.

In questa conferenza cercherò di spiegare – a me stesso e a voi – perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto; quali sono gli esempi tre le opere del passato in cui riconosco il mio ideale di leggerezza; come situo questo valore nel presente e come lo proietto nel futuro.

Comincerò dall’ultimo punto. Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era l’imperativo categorico d’ogni giovane scrittore. Pieno di buona volontà, cercavo d’immedesimarmi nell’energia spietata che muove la storia del nostro secolo, nelle sue vicende collettive e individuali. Cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico ora grottesco, e il ritmo interiore picaresco e avventuroso che mi spingeva a scrivere. Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che aveebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. (…)

In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo. Ecco che Perseo mi viene in soccorso anche in questo momento, mentre mi sentivo già catturare dalla morsa della pietra…

Mi pare significativo iniziare con questo  passo tratto dalla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino, ovvero la prima delle sei conferenze che lo scrittore torinese tenne all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985-1986 chiamato proprio per parlare di come si costruisse la letteratura, sotto il titolo originale di “Sei proposte per il prossimo millennio” (le conferenze vennero poi pubblicate postume nel 1988). E fra i cinque temi affrontati da Calvino (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità) sono partito dalla leggerezza, proprio perché è un tema fondamentale che percorre le opere di Calvino e anche il suo modo di intendere le storie e la letteratura. Per chi avesse del tutto presente la sua figura,  Calvino è stato uno degli scrittori più importanti della seconda metà del Novecento. La sua stessa storia biografica ci dice di un autore sicuramente atipico: figlio di un agronomo e di una botanica, nacque a Santiago de las Vegas a Cuba, dove il padre stava installando una stazione sperimentale; la famiglia si trasferì però subito e infatti l’autore definì per tutta la vita “ligure, anzi sanremese“. Proprio a San Remo Calvino cresce in un ambiente famigliare molto rilassato, agiato e decisamente laico (lui frequenterà poi le Scuole Valdesi), in cui erano agli studi scientifici ad essere in maggior pregio ; la sua stessa città gli sembrerà atipica, popolata com’era – parole sue – da “vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita”. Dopo il classico, nel 1942 si iscrive alla Facoltà di Agraria di Torino, dove frequente in particolare Eugenio Scalfari già suo compagno di liceo, ma poi si trasferisce a Firenze; la guerra tuttavia interrompe i suoi studi e Calvino, passato per posizioni anarchiche ma ormai sempre più vicino al PCI, prende parte alla lotta partigiana, esperienza che lo segnerà dal punto di vista umano più che politico. Fu dopo la guerra che, usufruendo degli aiuti ai reduci, si iscrive alla Facoltà di Lettere di Torino, inizia a scrivere per diverse riviste e a frequentare l’intellighenzia della città, fino ad entrare nell’orbita della casa editrice Einaudi, da cui non uscirà praticamente più, lasciandola per la Garzanti solo nel 1984, un anno prima di morire. La sua vita fu un succedersi inesauribile di racconti, romanzi, saggi, pezzi di critica letteraria, divertissement, articoli di cultura, analisi sociali, conferenze, trasmissioni radiofoniche…

Lo spunto per parlare di lui questa sera in vesti di scrittore ma anche di editore, e di legare assieme questi suoi due ruoli professionali sotto il tema più generale della leggerezza viene dalla lettera in realtà scritta da un altro scrittore, Cesare Pavese, maestro se vogliamo di Calvino e uno dei fondatori della stessa Einaudi. Proprio con Giulio Einaudi sembra avercela Pavese in questa lettera, rimbalzata con molta insistenza qualche mese fa sui social network perché tratta un tema molto spinoso e molto attuale di questi tempi come gli editori che non pagano chi lavora per loro. Il testo è il seguente:

A Giulio Einaudi, Torino 14 aprile 1942

Spettabile Editore,

Avendo ricevuto n. 6 sigari Roma – del che Vi ringrazio – e avendoli trovati pessimi, sono costretto a risponderVi che non posso mantenere un contratto iniziato sotto così cattivi auspici. Succede inoltre che i sempre rinnovati incarichi di revisione e altre balle che mi appioppate, non mi lasciano il tempo di attendere a più nobili lavori. Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità.

C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere. La Natura insomma ci chiama, egregio Editore; e noi seguiamo il suo appello.

Fatevi fare il Bini da un altro.

Cordialmente. C. Pavese

In realtà a veder bene si scopre che Einaudi e Pavese avevano un bellissimo rapporto e che questa faceva parte di una serie di lettere scherzose che i due si scambiavano. Ma questo è poco rilevante. Della lettera ciò che colpisce è in particolare la frase “C’è una vita da vivere, ci sono delle biciclette da inforcare, marciapiedi da passeggiare e tramonti da godere”. Ecco, questa potrebbe essere la più alta immagine di leggerezza da cui partire stasera per la nostra incursione fra i testi che Calvino scrisse o contribuì a pubblicare. In realtà la coincidenza fra scrittore ed editore non era inusuale nel Novecento letterario italiano: lo furono appunto Pavese, e poi Vittorini, ma anche Montale, per fare solo un paio di nomi. Calvino all’interno dell’Einaudi svolse negli anni i ruoli più disparati: redattore, ufficio stampa, dirigente, traduttore, compilatore di antologie, infine direttore di collana. E sempre le sue esperienze “editoriali” si fusero costantemente con quelle di narratore, divulgatore e saggista. Di peculiare Calvino ebbe anche il momento storico in cui si trovò a lavorare: all’alba della storia repubblicana del nostro Paese, in cui bisognava rifondare ogni tipo di ideale, società e cultura, e in la peculiare posizione politico-ideologica della Einaudi – sempre vicinissima, anche se in modo dialettico, al Partito Comunista – dava lo slancio per essere il faro di una riprogettazione letteraria e culturale a tutto campo. Calvino sentiva fortissima questa sua vocazione all’editoria come missione culturale e sociale, tanto che a un certo punto dichiarò:

Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. Ne sono contento, perché l’editoria è una cosa importante nell’Italia in cui viviamo e l’aver lavorato in un ambiente editoriale che è stato di modello per il resto dell’editoria italiana, non è cosa da poco.

 

calvinoÈ fra l’altro particolare ricordare come il rapporto fra Calvino e la casa editrice Einaudi inizino simbolicamente con un “gran rifiuto”. Nel 1942, a diciannove anni, Calvino inviò a Giulio Einaudi, fondatore della casa omonima, una raccolta di racconti, Pazzo io o pazzi gli altri, ma questi lo rifiutò il manoscritto di Calvino perché “non unitario“. Negli anni successivi venne la guerra, la lotta partigiana a cui Calvino partecipò attivamente arruolandosi nelle Brigate Garibaldi e poi, dopo il conflitto, la ripresa degli studi letterari e della frequentazione degli intellettuali del circolo einaudiano, fra cui appunto Pavese, Natalia Ginzburg, Giansiro Ferrata ecc.; Calvino iniziò invece a collaborare con la rivista Il Politecnico e con Vittorini, a cui aveva proposto articoli e racconti. Insieme a un rappresentante della Einaudi, prese a girare la Liguria per «far réclame» al Politecnico e ad altre riviste einaudiane. Più tardi fu convinto a produrre un’opera sulla sua esperienza partigiana e il risultato fu Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato proprio da Einaudi nel 1947 e che farà dire a Pavese che Calvino è uno “scoiattolo della penna” e che nel raccontare la Resistenza “Calvino ha risolto il problema di trasfigurarla e farne racconto calandola in una forma fiabesca e avventurosa”. Ecco, se vogliamo abbiamo già trovato la parola chiave che, con le dovute interpretazioni, accompagnerà tutta la carriera editoriale calviniana: fiaba. Fiaba che è di volta in volta avventura, gioco linguistico, sovrapposizione di stili, sublimazione di tradizioni letterarie, viaggio onirico ma anche – contrariamente a quanto si possa pensare – frutto di un’attenza progettazione e strutturazione razionale, filosofica e simbolica. E proprio le Fabie caratterizzeranno una parte cruciale del lavoro einaudiano di Calvino.

Nel 1947 infatti Calvino diventa responsabile dell’ufficio stampa della casa editrice e dopo un paio di anni alle pagine culturali dell’Unità torna in Einaudi questa volta come dipendente interno: è un anno significativo perché proprio allora Pavese si suicida, lasciando un grande vuoto sentimentale ed organizzativo all’interno della casa torinese, che Calvino si trova a colmare in veste di guida progettuale. Dal 1952 al 1959 Calvino si occupa del Notiziario Einaudi, una pubblicazione che serve in qualche modo a pubblicizzare le uscite dell’editore ma che grazie a interventi di autori come Fenoglio e dello stesso Calvino servono a modellare quella che è un po’ la nuova ideologia einaudiana, la nuova missione della letteratura in un modo irrimediabilmente sconvolto e mutato dalla seconda guerra mondiale. All’io letterario lirico e sublimato delle generazioni precedenti (e anche dello stesso Pavese e di Vittorini), subentra una nuova figura di scrittore che deve prendere mossa dal mondo in cui vive, deve intervenire e farsi carico di un’azione, ovviamente usando gli strumenti che gli sono propri, ovvero quelli letterari. Calvino lo spiega ancora meglio in un passo di un libro che s’intitola Il midollo del leone, un saggio del 1955 pubblicato poi nel 1980 in cui ancora una volta il nostro scrittore si interroga sul ruolo e la natura dell’intellettuale impegnato:

I romanzi che ci piacerebbe di scrivere o di leggere sono romanzi d’azione, ma non per un residuo di culto vitalistico o energetico: ciò che ci interessa sopra ogni altra cosa sono le prove che l’uomo attraversa e il modo in cui le supera. Lo stampo delle favole più remote: il bambino abbandonato nel bosco o il cavaliere che deve superare incontri con belve e incantesimi, resta lo schema insostituibile di tutte le storie umane, resta il disegno dei grandi romanzi esemplari.

Ancora una volta il mondo delle favole e delle fiabe.  E la letteratura fiabesca è proprio l’ambito in cui le figure di scrittore e di editore si congiungono in modo più puntuale e perfetto. Non a caso nel 1956 compare il lavoro editoriale più importante mai curato da Calvino: si tratta delle Fiabe Italiane. Un lavoro mastodontico e di grande attenzione filologica, che si inserisce in un lavoro di molti anni in cui Einaudi aveva pubblicato diverse raccolte fiabesche da differenti parti del mondo, ma a cui mancava appunto l’apporto italiano. Così Calvino nell’introduzione all’opera spiega l’intento di quell’operazione editoriale

Cari lettori,

lasciate che sia io, l’autore, ad annunciarvi il volume che Einaudi presenta come strenna natalizia: le Fiabe italiane. Autore per modo di dire: perché le fiabe non le ho inventate io. […]

Siamo venuti nella determinazione che il libro delle fiabe italiane fosse ancora da fare, e che dovesse farlo uno scrittore, scegliendo, traducendo dai dialetti, rivivificando quei documenti della narrativa orale che i folkloristi avevano salvato dalla dispersione. E la scelta dello scrittore cadde su di me, per via di quella definizione di «fiabesco» che i critici mi hanno assegnato e che continuo a portarmi dietro qualunque cosa io scriva. Ho lavorato due anni a questo libro: m’è venuto di più di mille pagine, contiene duecento fiabe, e vi sono rappresentate tutte le regioni italiane. È stato un lavoro grosso, ho dovuto leggermi biblioteche intere, imparare tutti i dialetti italiani. […] Ma tutto sommato mi sono molto divertito; spero che ora vi divertiate anche voi.

Calvino sembra parlare di questa etichetta di “fiabesco” che gli è stata appiccicata dai critici con una certa ironica insofferenza. Del resto le opere principali che aveva scritto in precendenza, ovvero Il visconte dimezzato e Il barone rampante, avevano chiaramente l’impostazione di una storia avventurosa e fiabesca, ricca di imprese e eventi al limite della magia e del sogno. Questa vena letteraria in Calvino non si esaurisce praticamente mai, anzi si affianca a una sua produzione più tarda che si mette assieme la critica sociale e riflessione su come cambia la cultura e la vita dell’uomo nella società contemporanea (penso ad esempio a opere come La giornata dello scrutatore o La speculazione edilizia). Anzi la vena fiabesca, mentre Calvino si avvicina sempre più a impostazioni letterarie come lo strutturalismo e la metaletteratura, e fonde alle sue passioni letterarie quelle per la scienza e l’antropologia, si raffina fino a diventare uno stile onirico e simbolico, in cui le parole sono talmente ben scelte e congeniate da diventare loro stessi simboli di profonde riflessioni sull’uomo e il suo rapporto con il racconto. L’espressione calviniana più alta di questo avanzamento stilistico e tematico è senza dubbio Le città invisibili, pubblicate nel 1972. Come dice il titolo, quest’opera racchiude le descrizioni di una serie di città immaginarie, descritte ognuna secondo le loro più disparate e singolari caratteristiche. Sembrano una successione di variazioni del tema, anche perché queste descrizioni sono tutte brevi e si somigliano, non nelle caratteristiche esposte, ma nel modo in cui vengono messe su carta. Quello che è un viaggio fantasmagorico nell’immaginazione urbana è il frutto di un’attenta progettazione letteraria, che avvicina Calvino alle tecniche dell’arte combinatoria. Il risultato è una raffinata opera onirica dalle atmosfere rarefatte ma che si basa su solide fondamenta razionali. Non è anche qui un caso che la copertina della prima edizione de Le città invisibili apparsa sempre da Einaudi porti come illustrazione Le château des Pyrenées di René Magritte: un enorme masso sospeso nel cielo come fosse una nuvola. Come a rappresentare, nel quadro come nell’opera letteraria, la pesantezza del mondo che riesce a farsi leggera grazie alla rappresentazione artistica. magritte-o-castelo

La struttura delle Città, dicevamo: il pretesto con cui Calvino introduce le descrizioni delle città si ispira al Milione di Marco Polo, un’opera di viaggio che spesso però cade nel fiabesco e nel mitologico; Calvino appunto immagina Marco Polo alla corte del Kubla Khan, il grande imperatore d’Oriente dai territori vastissimi, che ascolta il mercante veneziano raccontargli tutte le città che popolano questo sterminato impero che lui non ha mai visto per intero. Calvino distribuisce le città in undici categorie (“La città e la memoria”, “La città e gli occhi”, “La città continue”, “Le città e il cielo” e così via), ogni categoria contiene cinque città; a questi 55 brani si aggiungono le cosiddette cornici in cui assistiamo ai dialoghi, anch’essi venati di una dimensione onirica e dubitativa, fra Marco Polo e il Kubla Khan. Le cornici sono 9 e se le sommiamo al numero delle città, a dimostrazione che niente in questo progetto calviniano è lasciato al caso, otteniamo il numero 64: 64 esattamente come sono le caselle di una scacchiera, oggetto estremamente simbolico ai cui lati giocheranno appunto Marco Polo e il Khan al termine del libro. Ma tornando al tema della leggerezza, la categoria che più si avvicina a questo argomento sicuramente è “Le città sottili”, come potete ben comprendere dal titolo. Ne leggiamo due esempi:

Se Armilla sia così perché incompiuta o perché demolita, se ci sia dietro un incantesimo o solo un capriccio, io lo ignoro. Fatto sta che non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città. Eccetto le tubature dell’acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppopieni. Contro il cielo biancheggia qualche lavabo o vasca da bagno o altra maiolica, come frutti tardivi rimasti appesi ai rami. Si direbbe che gli idraulici abbiano compiuto il loro lavoro e se ne siano andati prima dell’arrivo dei muratori; oppure che i loro impianti, indistruttibili, abbiano resistito a una catastrofe, terremoto o corrosione di termiti.
   Abbandonata prima o dopo esser stata abitata, Armilla non può dirsi deserta. A qualsiasi ora, alzando gli occhi tra le tubature, non è raro scorgere una o molte giovani donne, snelle, non alte di statura, che si crogiolano nelle vasche da bagno, che si inarcano sotto le docce sospese nel vuoto, che fanno abluzioni, o che s’asciugano, o che si profumano, o che si pettinano i lunghi capelli allo specchio. Nel sole brillano i fili d’acqua sventagliati dalle docce, i getti dei rubinetti, gli zampilli, gli schizzi, la schiuma delle spugne.
   La spiegazione cui sono arrivato è questa: dei corsi d’acqua incanalati nelle tubature di’Armilla sono rimaste padrone ninfe e naiadi. Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell’acqua. Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini come un dono votivo per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare.

 

Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città – ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettereil piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno.Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas,girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi,teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo.Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.

Ma cosa vuole raccontarci Calvino con queste città aeree, inesistenti, inconsistenti ma al tempo stesso così profondamente emblematiche? Ce lo dice lo stesso Calvino in una presentazione del libro che fece alla Columbia University di New York:

Credo che non sia solo un’idea atemporale di città quello che il libro evoca, ma chi vi si svolga, ora implicita ora esplicita, una discussione sulla città moderna (…). Che cosa è oggi la città, per noi? Penso d’aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi nella vita urbana, e Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili (…). Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là delle crisi.

“Discussione sulla città moderna”, “scoprire le ragioni segrete”: se ci pensate bene sono obiettivi che si adattano più a un saggio che un’opera prettamente più narrativa. Eppure in questo modo ci ricolleghiamo all’atteggiamento rinnovato che per Calvino doveva avere lo scrittore contemporaneo: riflettere sul mondo circostante e veicolare attraverso la parola soluzioni ai suoi problemi. Ed è per questo che la letteratura da solo non può nulla: deve esprimersi all’ennesima potenza, mescolare i generi, gli stili e i piani; e chiamare a sé le altre discipline, dalla scienza all’urbanistica, dalla fisica all’antropologia, dall’archeologia alla filosofia. Come si è vista nella strutturazione finemente congeniata de Le città invisibili Calvino diventa quasi uno scienziato che usa invece della realtà fisica concreta quella astratta ma concretizzabile delle parole. Questo rapporto ambivalente fra letteratura e scienza ci permette di ricollegarci a un altro interessante ambito che caratterizzò l’attività di Calvino ancora una volta come editore: parliamo del suo interesse per quel particolare gruppo di scrittori di artisti francesi che si raggruppa attorno all’Oulipo. Ou.li.po è una sigla che sta per “Ouvroir de littérature potentielle”, ovvero “laboratorio di letteratura potenziale. Questo gruppo che si raccolse attorno alle figure di Raymond Queneau, François Le Lionnais e Georges Perec, ma che ebbe fra i propri membri ufficiali lo stesso Calvino, voleva concepire la letteratura come un mezzo espressivo che si poteva piegare in modo creativo a leggi quasi matematiche, modulari, riproducibili. In questo modo il linguaggio diviene uno strumento con cui giocare secondo regole ben definite, ad esempio quella del prigioniero, che impediva di scrivere in un componimento lettere che avessero gambette verso l’alto o verso il basso, quindi la b, la p, la d ecc.; o quella della palla di neve, secondo cui si compone una poesia partendo da una parola e usando nel verso successivo una parola di una lettera più lunga e così via. Gli artisti dell’Oulipo si definivano dei “topi da laboratorio che si costruiscono da soli il labirinto da cui vorrebbero uscire”. Questo atteggiamento di regolazione scientifica della letteratura nasce dall’esigenza di combattere il superficiale e l’aleatorio e, in una società che ha ormai perso ogni certezza, cercare di ridare stabilità e certezza alle parole. Quello che rimane a noi, in definitiva, è comunque un gruppo di letterati che usano le parole in modo estremamente immaginifico e ludico, con giochi di parole, assonanze, citazioni nascoste, indizi, giochi ad incastro e così via.ifioriblu

Calvino appunto si occuperà degli artisti dell’Oulipo e in particolare di Queneau pubblicando tmolte loro opere presso Einaudi. Di Queneau è addirittura traduttore, come nel caso del libro Les fleurs bleues, I fiori blu (Einaudi, 1995). Nella “Nota del traduttore” che il nostro scrittore appone al romanzo rievoca le sue preoccupazioni quando iniziò ad affrontarlo:

 

 

 

 

Appena presi a leggere il romanzo, pensai subito: “È intraducibile!” e il piacere continuo della lettura non poteva separarsi dalla preoccupazione editoriale, di prevedere cosa avrebbe reso questo in una traduzione dove non solo i giochi di parole sarebbero stati necessariamente elusi o appiattiti e il tessuto di intenzioni allusioni ammicchi si sarebbe infeltrito, ma anche il piglio ora scoppiettante ora svagato si sarebbe intorpidito…

Calvino comunque compie l’impresa più egregiamente, ricorrendo a quella che lui stesso definisce “traduzione inventiva”, che ricorre spesso a consistenti cambiamenti del tessuto linguistico francese pur di mantenere anche in italiano gli stessi effetti ludo-linguistici dell’originale. Basta leggere l’incipit della versione italiana per accorgersene:

Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all’ orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevan calvadòs.

Il Duca d’ Auge sospirò pur senza interrompere l’ attento esame di quei fenomeni consunti.
Gli Unni cucinavano bistecche alla tartara, i Gaulois fumavano gitanes, i Romani disegnavano greche, i Franchi suonavano lire, i Saracineschi chiudevano persiane. I Normanni bevevan calvadòs.
“Tutta questa storia”, disse il Duca d’ Auge al Duca d’ Auge, “ tutta questa storia per un po’ di giochi di parole, per un po’ d’ anacronismi: una miseria. Non si troverà mai una via d’ uscita?”
Affascinato, continuò per alcune ore a osservare quei rimasugli che resistevano allo sbriciolamento, poi, senz’ alcuna ragione apparente, lasciò il suo posto di vedetta e scese ai piani inferiori del castello, dando di passata sfogo al suo umore cioè alla voglia che aveva di picchiare qualcuno.

Picchiò, non la moglie, inquantoché defunta, bensì le figlie, in numero di tre; batté servi, tappeti, qualche ferro ancora caldo, la campagna, moneta, e, alla fin fine, la testa nel muro. Ciò fatto, gli venne voglia di un viaggetto, e decise di recarsi nella Città Capitale in umile arnese, accompagnato solo dal paggio Mouscaillot. (…)

“Che ne direbbe vostra signoria d’andare a vedere a che punto sono i lavori di Notre-Dame?

“Come?” esclamò il Duca, “non sono ancora terminati?”

“È quello che andremo a controllare.”

“Se la tirano tanto in lungo, quei franchi muratori finiranno per mettere su una mahomeria.”

“Perché non un buddistero? o un batti-lao-tsero? o un confucionale? Non bisogna veder tutto così nero, signoria! In strada!”

Come si può vedere il rigore matematico di Queneau si rende piacevole all’orecchio del lettore grazie a un gioco combinatorio di elementi lessicali giustapposti per dare un ironico senso di straniamento, ottenendo un risultato ancora una volta ludico, fantastico e sognante.

Ma si diceva ancora del legame fra letteratura e scienza, soprattutto in Calvino. Non è più di tanto sorprendente che tre anni fa Gabriele Lolli, docente di Filosofia della matematica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, si sia messo in testa di prendere spunto dalle Lezioni americane di Calvino, da cui siamo partiti all’inizio di questo percorso, riportando le stesse cinque parole chiave su argomenti matematici. Il libro si intitola appunto Discorso sulla matematica (Bollati Boringhieri, 2010) e prova appunto a dimostrare come in fondo le Lezioni passono benissimo essere intepretate come un discorso su temi geometrici e matematici. Perché, per lo studioso, la matematica moderna ha proprio dimostrato che gli oggetti a cui si riferisce il discorso sono secondari, rispetto al discorso stesso; e dunque potremmo leggere le Lezioni come un racconto filosofico sulla matematica in cui Calvino in modo estremamente raffinato trasmette alla matematica, appunto, tutto il fascino della letteratura. Ancora una volta un gioco di togliere peso a ciò che di per sé è già leggero. Vediamo cosa dice Lolli a questo proposito:

“Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottolissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…”. Trascorsi pochi anni da quando Calvino scriveva, possiamo aggiungere ai suoi esempi entità ancora più leggere, le stringhe, questi filamenti le cui vibrazioni musicali si propongono pitagoricamente come i “mattoni” dell’universo (…).

Calvino ha sempre cercato di “togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città”; soprattutto ha “cercato di togliere peso alla struttura del racconto e del linguaggio”. (…) Il primo stadio della matematizzazione di un fenomeno toglie peso in senso letterale, sostituendo un linguaggio alle impressioni dei sensi; l’operazione appare in effetti come la proposta di un linguaggio diverso, ma quello soppiantato è il linguaggio primitivo con il quale gli uomini cercano di esprimere e comunicare le impressioni fisiche. (…)

La scienza nelle sue spiegazioni del mondo ha bisogno di linguaggi con concetti e termini che non sono della stessa natura di quelli dei linguaggi naturali (…). La consapevolezza di quest’alterità è quello che ci evita di restare sconvolti, o di correre a dire che la scienza è in crisi, quando la scienza cambia le sue spiegazioni e certe cose scompaiono, come prima il flogisto, poi l’etere, e come scomparirà ancora altro in futuro. A volte anche ritornano. La scienza cambia i suoi linguaggi. Quando cambia il linguaggio, a cambiare non è il mondo, ma sono gli uomini. Le cose di cui la scienza dice che è fatto il mondo non sono cose di questo modno. Sono matematiche.

marcovaldo1Che lo si prenda da un punto di vista scientifico o da un punto di vista letterario, che lo si affronti nell’ottica dello scrittore o in quella dell’editore, si è cercato qui di capire cosa si celi dietro questa parola in partenza così vaga: leggerezza. Tutti gli opposti che abbiamo visto messi in campo, in Italo Calvino, grazie all’ampiezza della sua conoscenza e alla sua innata dimestichezza col linguaggio, vengono ridotti ad un unicum. Un unicum che ci parla della più profonda essenza dell’uomo, della sua esigenza di comprendere il mondo, di affrontarne le complessità e di fare ciò trovando in sé, negli altri e nell’ambiente circostante un’infinita leggerezza. A incarnare simbolicamente questa leggerezza così profondamente umana, così semplice e al contempo così complessa, nelle opere di Calvino troviamo un personaggio unico, anch’esso fin dal nome figlio di quella vena mitico-fiabesca che percorre l’autore torinese. Sto parlando di Marcovaldo, un uomo di campagna costretto a fare il manovale in città e che diventa protagonista di una serie di racconti urbani che seguono ciclicamente il succedersi delle stagioni, in cui lui cerca di ritrovare la natura in ogni anfratto possibile. Già il primo racconto della raccolta ci dà l’idea di cosa sia questa leggerezza che Calvino ha sempre ricercato, una leggerezza ostinata, dura a realizzarsi, ma così puramente letteraria.

Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati del fieno, che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.

Un giorno, sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni mattina il tram.

Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza.

Così un mattino, aspettando il tram che lo portava alla ditta Sbav dov’era uomo di fatica, notò qualcosa d’insolito presso la fermata, nella striscia di terra sterile e incrostata che segue l’alberatura del viale: in certi punti, al ceppo degli alberi, sembrava si gonfiassero bernoccoli che qua e là s’aprivano e lasciavano affiorare tondeggianti corpi sotterranei.

Si chinò a legarsi le scarpe e guardò meglio: erano funghi, veri funghi, che stavano spuntando proprio nel cuore della città ! A Marcovaldo parve che il mondo grigio e misero che lo circondava diventasse tutt’a un tratto generoso di ricchezze nascoste, e che dalla vita ci si potesse ancora aspettare qualcosa, oltre la paga oraria del salario contrattuale, la contingenza, gli assegni familiari e il caropane.

Al lavoro fu distratto più del solito; pensava che mentre lui era lì a scaricare pacchi e casse, nel buio della terra i funghi silenziosi, lenti, conosciuti solo da lui, maturavano la polpa porosa, assimilavano succhi sotterranei, rompevano la crosta delle zolle. «Basterebbe una notte di pioggia, – si disse, – e già sarebbero da cogliere ». (…)

Il mattino dopo, Marcovaldo, avvicinandosi alla fermata del tram, era pieno d’apprensione. Si chinò sull’aiola e con sollievo vide i funghi un po’ cresciuti ma non molto, ancora nascosti quasi del tutto dalla terra.

Era così chinato, quando s’accorse d’aver qualcuno alle spalle. S’alza di scatto e cerca di darsi un’aria indifferente. C’era uno spazzino che lo stava guardando, appoggiato alla sua scopa.

Questo spazzino, nella cui giurisdizione si trovavano i funghi, era un giovane occhialuto e spilungone. Si chiamava Amadigi, e a Marcovaldo era antipatico da tempo, forse per via di quegli occhiali che scrutavano l’asfalto delle strade in cerca di ogni traccia naturale da cancellare a colpi di scopa.

Era sabato; e Marcovaldo passò la mezza giornata libera girando con aria distratta nei pressi dell’aiola, tenendo d’occhio di lontano lo spazzino e i funghi, e facendo il conto di quanto tempo ci voleva a farli crescere.

La notte piovve: come i contadini dopo mesi di siccità si svegliano e balzano di gioia al rumore delle prime gocce, così Marcovaldo, unico in tutta la città, si levò a sedere nel letto, chiamò i familiari. « È la pioggia, è la pioggia », e respirò l’odore di polvere bagnata e muffa fresca che veniva di fuori.

All’alba – era domenica –, coi bambini, con un cesto preso in prestito, corse subito all’aiola. I funghi c’erano, ritti sui loro gambi, coi cappucci alti sulla terra ancora zuppa d’acqua. “Evviva!” e si buttarono a raccoglierli.

“Babbo! guarda quel signore lì quanti ne ha presi!” disse Michelino, e il padre alzando il capo vide in piedi accanto a loro, Amadigi anche lui con un cesto pieno di funghi sotto il braccio

“Ah, li raccogliete anche voi?” fece lo spazzino. “Allora sono buoni da mangiare ? Io ne ho presi un po’ ma non sapevo se fidarmi… Più in lì nel corso ce n’è nati di più grossi ancora… Bene, adesso che lo so, avverto i miei parenti che sono là a discutere se conviene raccoglierli o lasciarli…” e s’allontanò di gran passo.

Marcovaldo restò senza parola: funghi ancora più grossi, di cui lui non s’era accorto, un raccolto mai sperato, che gli veniva portato via così, di sotto il naso. Restò un momento quasi impietrito dall’ira, dalla rabbia, poi – come talora avviene – il tracollo di quelle passioni individuali si trasforma in uno slancio generoso. A quell’ora, molta gente stava aspettando il tram, con l’ombrello appeso al braccio, perché il tempo restava umido e incerto. “Ehi, voialtri! Volete farvi un fritto di funghi questa sera?” grida Marcovaldo alla gente assiepata alla fermata. “Sono cresciuti i funghi qui nel corso! Venite con me! Ce n’è per tutti! – e si mise alle calcagna di Amadigi, seguito da un codazzo di persone.

Trovarono ancora funghi per tutti e, in mancanza di cesti, li misero negli ombrelli aperti. Qualcuno disse: “Sarebbe bello fare un pranzo tutti insieme!” Invece ognuno prese i suoi funghi e andò a casa propria.

Ma si rividero presto, anzi la stessa sera, nella medesima corsia dell’ospedale, dopo la lavatura gastrica che li aveva tutti salvati dall’avvelenamento: non grave, perché la quantità di funghi mangiati da ciascuno era assai poca.

Marcovaldo e Amadigi avevano i letti vicini e si guardavano in cagnesco.

 

(Nota. Tutte le opere di Calvino citate sono pubblicate da Mondadori. Per le informazioni sulla sua biografia cfr. la “Cronologia” che apre l’edizione dei Meridiani, a cura di Mario Barenghi e Bruno Falcetto. Per tutta la ricostruzione del ruolo di Calvino come editore mi è stato invece fondamentale un ebook di Oblique Studio che si può leggere qui in pdf e che consiglio per ulteriori approfondimenti.)

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