La New York Review of Books: 50 anni di lavoro culturale

Da una prospettiva prettamente italiana, pensare a una rivista culturale che sia in grado di incidere in modo consistente su politica e società e che al contempo riesca a vendere un numero considerevole di copie è più che utopia. È quasi un’assurdità. Eppure la visione di The 50 Year Argument, il documentario Hbo diretto da Martin Scorsese e dal suo collaboratore storico David Tedeschi, presentato in questi giorni al Festivaletteratura a Mantova, mostra appieno come una realtà del genere esista davvero: si tratta della New York Review of Books, il periodico artistico-letterario che più di ogni altro ha segnato l’agenda culturale americana e non solo degli scorsi decenni, stimolando spesso accesi dibattiti sulle questioni più calde (il femminismo, la questione razziale, la fine di comunismi, le torture di guerra e più di recente le primavere arabe, il movimento Occupy, …), stimolando gli intellettuali stessi a prendere posizioni spesso contrastanti fra loro: una discussione, appunto, che dura da cinquant’anni.

La storia e l’influenza del giornale è raccontata da Scorsese e Tedeschi nella più classica e oggettiva tecnica documentaristica americana: una giustapposizione acuta e ben congegnata, cioè, di immagini di repertorio, interviste ai protagonisti realizzate ad hoc e letture di brani dai pezzi più significativi letti dagli stessi autori. Ne esce un quadro potente, obiettivamente celebrativo di questa “nobile impresa culturale”. La vicenda stessa della fondazione della NYRB ha dell’incredibile: già nel 1959 Elizabeth Hardick aveva scritto su Harper’s “The Decline of Book Reviewing“, un duro e ormai storico attacco allo stile di recensione dei giornali americani, e in particolare all’istituzione dell’epoca, il New York Times Book Review, definito “un giornale letterario provinciale“; approfittando di questo clima e di uno sciopero di svariati mesi che nel 1963 paralizzò tutti i giornali di New York, il gruppo che si riuniva attorno a Hardwick, al marito Robert Lowell, a Jason Epstein di Random House e alla moglie Barbara, e a Robert Silvers colse l’occasione di fondare un nuovo magazine culturale. C’era bisogno di un posto in cui ospitare pubblicità e in cui si parlasse di libri: la New York Review of Books si ripagò immediatamente da sola. Silvers l’ha diretto insieme con Barbara Epstein fino al 2006, alla morte di lei, e continua tuttora a farlo, ormai 83enne, con dedizione e precisione senza pari.

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Negli anni la NYRB ha ospitato sulle proprie pagine migliaia di recensioni di libri (romanzi, saggi, poesie e quant’altro), ma anche pezzi di analisi sociale e politica, per non parlare di articoli su arte, scienza, religione e filosofia (non è un caso, come si rivela nel reportage, che nella testata il sintagma “of books” sia scritto, più piccolo, nella riga successiva, a significare una più ampia apertura di contenuti). Ha anche saputo adattarsi ai tempi, aprendo ad esempio un seguitissimo blog che è trattato al pari della carta. Una vera impresa che ha sempre messo al centro del suo focus la scrittura curata e brillante e un’attenzione imprescindibile alla verità dei fatti, che passa inevitabilmente attraverso la verità narrativa. Fra le firme che hanno fatto grande la rivista ci sono i più grandi della letteratura e del giornalismo contemporanei: W.H. Auden, Truman Capote, Norman Mailer (protagonista di scene in cui viene mostrato il suo antifemminismo impenitente), Gore Vidal, Susan Sontag, Derek Walcott, Mary MacCarthy, Joan Didion (autrice di un magnifico pezzo su un caso pauroso di cronaca newyorkese, che in realtà evidenziava questioni razziali ancora infestanti), e in anni più recenti Noam Chomsky, Timothy Garton Ash, Christopher Hitchens, Zadie Smith, Yasmine El Rachidi e molti altri. A tutti si chiede di superare se stessi, di scrivere di temi al di fuori dalla propria comfort zone, di esprimere le proprie idee anche andando contro il sentire comune (Michael Cunningham, presentando il documentario, ha detto: “La NYRB ha ricevuto in mezzo secolo talmente tante lettere di protesta da poter riempire Piazza Sordello“).

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La storia della New York Review of Books è un’appassionata immersione in quello che è un lavoro di fucina editoriale di grande scrupolosità, di essenziale formazione e previsione dell’orizzonte culturale, di estrema fiducia nelle potenzialità della parola e della scrittura (“Noi chiediamo i pezzi agli scrittori migliori in circolazione: ma non ordiamo o imponiamo loro nulla, chiediamo solo gentilmente“, dichiara sornione Silvers). Guardando questo documentario viene quasi da far pace col lavoro culturale, da riguadagnare fiducia. Peccato che loro siano in America. Praticamente un altro mondo.

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