Tre libri fra letteratura e matematica

  Fin da quando l’avvento della scienza moderna ha via via separato le discipline prettamente scientifiche da quelle letterarie e umanistiche più in generale, mettendo fine ad esempio a quel connubio insuperabile di intelletti così tipici del Rinascimento italiano, le due branche fondamentali del sapere umano si sono guardate un po’ a distanza, a volte con circospezione, ma non senza un inesauribile interesse. Ecco allora tre titoli che riflettono sui rapporti fra matematica e letteratura, intrecciando percorsi inediti e sorprendenti.

1. Chiara Valerio, Almanacco del giorno prima, Einaudi, 2014

Valerio-660x1036Uno degli appuntamenti più divertenti dell’ultimo Festivaletteratura di Mantova è stata la presentazione di questo libro, in cui ad affiancare l’autrice (che è anche consulente editoriale, traduttrice ma soprattutto ricercatrice universitaria) era Marco Malvaldi, altro scrittore-scienziato. Perché l’incontro fra scienza e letterattura non è solo estremamente stimolante, ma può anche piuttosto divertente. Tragicomico è, invece, Alessio Medrano, protagonista del romanzo, un uomo fin da piccolo ossessionato dalla computazione e misurazione del mondo, che oggi trentacinquenne usa la sua attitudine matematica (che “è un linguaggio, non una scienza”) per ricavare soldi da un nuovo business: la compravendita delle polizze assicurative sulla vita da chi non può più permettersi di pagare le rate. La sua visione spietatamente numerica della vita sarà messa in crisi però dall’incognita più incommensurabile, l’amore, e proprio a questo punto l’ingegnosa lucidità messa in campo da Valerio più perfettamente si sposa col suo sapiente e pregnante uso della parola letteraria.

2. Stefania Piazzino, L’uomo che credeva di essere Riemann, e/o, 2014

coverErnest Love è un matematico di chiara fama che un giorno all’improvviso riceve una notizia che lo fa uscire di senno: l’ipotesi di Riemann, uno dei fondamenti più complessi della matematica contemporanea e legata ai numeri primi che per decenni in molti hanno tentato invano di confermare, è stata finalmente dimostrata. Per lo shock il professore inizia a convincersi di essere lo stesso Bernhard Riemann, lo studioso di Gottinga che nell’Ottocento aveva messo a punto l’ipotesi. Da qui per lo psichiatra che è la voce narrante del romanzo di Piazzino parte un’indagine psicologica che si fonde a tinte un po’ da thriller in un gioco di suspence equilibrata come un teorema che si rispetti: c’è infatti chi è particolarmente interessato alla dimostrazione dell’ipotesi, possibile solo grazie al Riemann “redivivo” e che darebbe la chiave d’accesso a parecchi messaggi cifrati (economici e informatici) che su quell’espediente matematico si basano. Se si resiste a qualche passo in cui il groviglio matematico è notevole, il libro risulta godibile perché mostra la soluzione del teorema come una metafora della vita, di quegli obiettivi che inseguiamo senza forse mai volerli raggiungere veramente.

3. Gabriele Lolli, Discorso sulla matematica, Bollati Boringhieri, 2011

315OahgI+fL._AA278_PIkin4,BottomRight,-57,22_AA300_SH20_OU02_Nel 1985 Italo Calvino viene chiamato a Harvard per parlare del rinnovato ruolo che la letteratura rivestirà nel nuovo millennio e per l’occasione individua cinque parole chiave, la  dissertazione delle quali confluirà nelle Lezioni americane: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. Le stesse parole sono il pretesto utilizzato quasi trent’anni dopo da Gabriele Lolli, filosofo della matematica e docente alla Normale di Pisa, per parlare del ruolo che la matematica ha oggi nel nostro modo di concepire il sapere, anche in relazione alla letteratura. In un continuo rimando fra le convinzioni di Calvino e le idee matematiche e fra le citazioni di romanzi e quelle di grandi trattati scientifici, Lolli cerca di tenere assieme, col filo di un’argomentazione rigorosa ma accessibile, tutti gli svariati aspetti della conoscenza: “Calvino conclude ancora: ‘magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori di un self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale (…)’. Non è questo ciò a cui tendevano Ovidio, Lucrezio e la matematica, ‘nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose’?”

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