I nuovi Carver di Einaudi

Nel mondo dell’editoria italiana c’è un’anomalia piuttosto singolare e fortunata che si chiama Raymond Carver. Perché in un mercato come il nostro in cui i lettori sono estremamente refrattari alla forma breve del racconto, Carver, ovvero il maestro della short fiction americana postmoderna, si è guadagnato un posto di tutto rispetto nell’ammirazione e nella lettura del pubblico italiano. Con tutto che Carver è un autore estremamente particolare, molto spoglio, spesso aspro, uno scrittore che racconta la vita un po’ al negativo, per via di assenze e di immobilità più che per presenze e azioni. “Nei racconti di Carver non accade nulla“, dichiara provocatoriamente Francesco Piccolo, “In realtà, nei racconti di Carver non accade nulla perché le cose sono già accadute, oppure stanno per accadere (…) i racconti non sono fatti solo di momenti decisivi, ma anche di tutti gli altri momenti della vita, quelli che a noi sembrano trascurabili“.

Eppure in Italia, riscoperto da minimum fax che ci ha dato le buonissime traduzioni di Riccardo Duranti e poi “adottato” a sua volta da Einaudi, Carver ha un successo inaspettato quanto meritato. E proprio a ragion di questa sua preziosa rarità, Einaudi ha ben pensato di regalare agli appassionati carveriani italiani una riedizione di quattro importanti  titoli, tutti corredati da nuove, stupende copertine disegnate da Alessandro Gottardo in arte Shout (il progetto grafico è di Fabrizio Farina) e da introduzioni d’autore firmate da importanti penne della casa torinese: Cattedrale, forse la sua raccolta più riuscita di racconti, ha la prefazione di Francesco Piccolo, citato sopra; Principianti, cioè la riproposizione delle versioni originali dei testi di Carver senza i tagli imposti dal suo editor Gordon Lish, è introdotto da Paolo Giordano; Da dove sto chiamando, l'”autoantologia” composta dallo stesso autore, porta un’introduzione di Michela Murgia, mentre Valeria Parrella firma la prefazione a Se hai bisogno, chiama, ovvero la narrativa uscita postuma dello scrittore scomparso nel 1988.

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In queste nuove edizioni, è molto interessante leggere i contributi iniziali dei grandi autori einaudiani che ci confermano come Carver, autore per certi versi americanissimo e distantissimo da molte nostre sensibilità, abbia lasciato segni molto forti nella nostra letteratura oltre che nella nostra lettura. La stessa Parrella ammette che i testi di Se hai bisogno, chiama furono “una folgorazione senza la quale oggi non sarei una scrittrice, o forse non così, con i motivi per cui lo sono diventata“. Perché Carver “offriva una possibilità di lettura del magico lì dove magico non c’era, di bello lì dove bello pareva parola ad altri destinata, deviando lo sguardo dei suoi lettori, costringendoli a guardare in modo nuovo cose consuete“. In effetti Carver ha la grande stoffa dell’indagine inquietante della realtà condotta proprio attraverso ciò che di più convenzionale e apparentemente non inquietante c’è al mondo (un matrimonio, una torta, un bicchiere di whisky, una piscina condominiale, un invito a cena…); non è un caso che Murgia lo metta in relazione ai grandi maestri del terrore Poe o King, ma in un’ottica differente: “Carver non ha la pietà dell’eccezionale: l’osceno di cui è maestro si annida quieto nell’ovvio, nelle abitudini di una vita, nelle pieghe soffici del più rassicurante dei rapporti affettivi“. Non per questo le conseguenze della sua scrittura sono dominate da un minor numero di ombre: “Da dove sto chiamando è uno di quegli specchi. In generale, come tutti gli specchi, conviene non fissarlo troppo“. Eppure, secondo Giordano, Carver rimane sostanzialmente “uno scrittore romantico: ciò che gli interessa è sempre l’amore, il suo apice, la sua rovina. Ma l’amore carveriano è talmente fragile ed effimero ch’egli non può soffermarvisi, se non per il tempo di un giro di ballo“.

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Un giro di ballo, tanto durano i racconti di Carver, che ci immerge solo temporaneamente nelle vita dei personaggi che vuole farci conoscere, come se d’impulso decidesse di illuminare la stanza in cui si trovano per farceli vedere, per farci vedere come vivono, e poi altrettanto improvvisamente decidesse di spegnere la luce, lasciandoci ignari dei fatti decisivi da lì a venire. È forse proprio questo il segreto della sua letteratura così antiletteraria, come conclude anche Piccolo: “Perché la letteratura è un processo di elaborazione di eventi decisivi. Carver, invece, si occupa di tutti gli infiniti segmenti di vita che restano fuori – laddove la letteratura sembrerebbe non esserci, forse non c’è; e quindi lui, occupando quei sentimenti, usa la scrittura per avere a che fare direttamente con l’esistenza“.

 

 

 

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