Il mito del Rocky Horror Picture Show

È una cosa trash. Ma trash fatto con cura e con amore“. Sono queste le parole con cui Richard O’Brien ha definito la sua creatura più grande, The Rocky Horror Picture Show, il film del 1975 diretto da Jim Sharman e nato solo qualche anno prima come show teatrale (si chiamava solo The Rocky Horror Show). O’Brien, attore britannico ma cresciuto in Nuova Zelanda, lo scrisse in un periodo in cui non riusciva ad essere scritturato in nessuno spettacolo, mettendoci dentro le sue passioni per gli horror e i film fantascientifici di serie B, come si può capire della canzone d’apertura “Science Fiction/Double Feature” (quella dei titoli di testa, interpretata solo dalle iconiche labbra pittate di rosso dell’attrice Patricia Quinn, che nel film è Magenta, ma cantata dallo stesso O’Brien). Questa commedia musicale a tinte forti è uno dei film che più strenuamente ha mantenuto alto il clamore del pubblico, divenendo un cult di lunghissima durata e attestandosi come l’unica pellicola nella storia a essere ancora oggi distribuita nelle sale, seppure in edizione limitata, a quarant’anni dall’uscita nei cinema (a Milano, ad esempio, al Mexico). E pensare che all’epoca il film riscontrò un’accoglienza molto tiepida nei cinema: uscito nel Regno Unito, a Los Angeles e New York, il pubblico fu talmente scarso da far cancellare le release in altre città americane. Fu recuperato mesi dopo, però, come proiezione notturna di mezzanotte (in quel formato stava avendo molto successo un altro cult, Pink Flamingos di John Waters); fu proprio in quell’ambito che The Rocky Horror Picture Show iniziò a sviluppare un vero e proprio cult following, con appassionati che si recavano en travesti alle proiezioni e ribattevano alle canzoni del film con risposte via via sempre più codificate, fino a fondare dei veri e propri fanclub.

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La trama del film gioca sul filo sottile fra lo stereotipo del perbenismo americano e la stravagante trasgressione di un mondo che fondeva pansessualismo, cabaret e creature aliene: una coppia di frigidi promessi sposi, Brad e Janet, fora una gomma e si vede costretta a chiedere aiuto al castello di uno strano dottore, lo sweet transvestite” dottor Frank N. Furter, il quale aiutato dal suo pittoresco entourage – il maggiordomo gobbo Riff Raff, la cameriera Magenta, la groupie Columbia – riporta in vita una muscolosa creatura di nome Rocky; i piani del tetro dottore vengono però rovinati da una serie rocambolesca di misfatti e tradimenti. Di per sé l’intreccio e l’evoluzione del film, per non parlare del suo finale, sono piuttosto deboli. Sono però altri gli elementi che ne hanno fatto un film degno di grandissima venerazione: fra questi, oltre a una colonna sonora pensata per essere straniante e assolutamente atipica, c’è soprattutto la cura con cui sono stati realizzati i costumi, che ancora oggi lasciano la loro traccia profonda nel nostro immaginario. Corsetti, lustrini, calzini bianchi, tacchi altissimi, cotonature e trucchi esageratamente grotteschi: la costumista Sue Blane ha dichiarato di aver rappresentato l’iconografia dei film d’orrore e di fantascienza senza fare riferimento direttamente a quegli stessi film, bensì mettendo a punto abiti di scena che attingevano al burlesque e al camp e che avrebbero avuto una loro influenza sulla stessa cultura punk. Abiti di scena che sono oggi copiati con filologica precisione dai fan di tutto il mondo che rimettono in scena il proprio personale Horror Show.

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Un altro elemento che ha fatto la fortuna del Rocky Horror Picture Show è sicuramente il suo mix eterogeneo ma convincente di attori dall’estrazione più varia, molti dei quali provenivano dalla stessa versione teatrale del musical. Gli unici americani a essere stati imposti dalla produzione cinematografica della Fox furono Susan Sarandon (Janet) e Barry Bostwick (Brad): peraltro i due, che hanno ancora oggi carriere piuttosto solide rispettivamente nel cinema e nelle serie tv, furono molto provati dalle riprese che avvennero a Oackley Court, una magione diroccata nel Berkshire inglese, con tanti di quegli spifferi e infiltrazioni da far prendere a Sarandon una bella polmonite durante la realizzazione del film. Gli altri attori protagonisti della pellicola hanno avuto invece fortune diverse, molto spesso tenendosi ancorati al successo duratoro del film culto: Patricia Quinn (Magenta) è divenuta una nobile britannica sposando Sir Robert Stephen, ma ancora partecipa alle convention celebrative (“Non mi stanco mai: ci sono proprio dentro“, ha dichiarato); Nell Campbell (Columbia) è divenuta invece una giornalista di spettacolo, tenendo una rubrica anche per Talk, l’ormai estinta testata fondata da Tina Brown, già direttrice di New Yorker e Vanity Fair; Peter Hindwood, il biondo muscoloso Rocky creato in laboratorio, ha invece abbandonato definitivamente le scene, divenendo un mercante d’arte a Londra, ma dopo aver battuto all’asta gli hot pants dorati che indossava nel film (la spiegazione di un tale abbandono? “Primo, non so recitare. Secondo, mi contorco dall’imbarazzo ogni volta che vedo le mie scene in quel film. Terzo, perseguo solo una vita tranquilla e riservata“). Unica eccezione è forse Tim Curry, il trasformista che ha dato le sue androgine sembianze al dottor Frank N. Furter: il suo talento caratterista gli ha permesso di mettere a segno altri ruoli degni di nota, fra cui lo sfuggente maggiordomo Wadsworth in Signori, il delitto è servito (Clue, film tratto dal gioco da tavolo Cluedo), il terrificante clown Pennywise nel film tv da It di Stephen King e l’ambiguo concierge di Mamma ho perso l’aereo 2: Mi sono smarrito a New York.

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Ci sono un universo di storie e di aneddoti che ancora alimentano il seguito di The Rocky Horror Picture Show, considerato uno dei film grotteschi più popolari di sempre e inserito dalla Library of Congress negli archivi di conservazione dello United States National Film Registry fra le pellicole “storicamente, culturalmente o esteticamente rilevanti“. Agli inizi degli anni Novanta si era addirittura parlato di un sequel, intitolato Revenge of the Old Queen (si possono leggere alcune copie non autorizzate della sceneggiatura online), ma molti fattori hanno dissuaso la Fox, che ne detiene i diritti, dal proseguire il progetto. In effetti una specie di seguito era stato già realizzato, con scarso successo, nel 1981: non un vero e proprio sequel lineare, Shock Treatment vedeva la stessa coppia di protagonisti, Brad e Janet (interpretati da due attori diversi), alle prese con un misterioso game show legato a un manicomio. Anche questo secondo film ha avuto il suo pubblico di fan, ma non ha mai raggiunto l’eco del suo progenitore: ancora oggi The Rocky Horror Picture Show produce raduni di appassionati, convention, gruppi di ascolto, feste a tema, proiezioni in costume e sing-along, puntate speciali di serie tv (“The Rocky Horror Glee Show” fra tutti). E trovate qualcuno che non abbia mai anche solo orecchiato canzoni culto come “The Time Warp”, “Sweet Transvestite” o “Touch-a Touch-a Touch-a Touch Me”.

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