Helen Keller e la conoscenza oltre i sensi

Immaginate di non poter vedere. Immaginate poi di non potere udire. Ma al contempo di avere una sensibilità completa e un’indole attiva, un carattere forte e determinato, uno spettro di emozioni vasto e complesso. Quello che a una prima considerazione può apparire come un mondo buio, silenzioso e terribile, diventa una dimensione piena di stimoli da scoprire, di ostacoli da superare, di mete da raggiungere. È così che si potrebbe riassumere la vita di Helen Keller, definitiva “una delle donne più famose di tutti i tempi” e autrice del racconto autobiografico Il silenzio delle conchiglie (The Story of My Life). Uscito originariamente nel 1903 negli Stati Uniti e nel 1907 in Italia, il titolo è stato più volte ripubblicato da vari editori italiani, ma erano trent’anni che non tornava in libreria, grazie alla collana di e/o Gli Intramontabili e a una nuova traduzione di Maddalena Gentili.

220px-Helen_Keller13La vita di Keller – che già aveva ispirato il film da Oscar del 1962 Anna dei miracoli – ha effettivamente qualcosa di straordinario: nata nel 1880 diviene sordocieca all’età di 19 mesi (forse per una scarlattina o per la meningite); trascorre comunque un’infanzia agiata e relativamente serena, quella che ricorda qui come una “foschia dorata“, e grazie alle conoscenze della sua famiglia e ai grandi avanzamenti nell’educazione delle persone cieche e sorde le viene impartita un’istruzione molto avanzata. È una delle prime donne nelle sue condizioni ad accedere al Radcliffe, il college femminile di Harvard, laureandosi a pieni voti in inglese e tedesco, scrivendo successivamente molti libri autobiografici e articoli su varie riviste. Uno degli aspetti che più fortemente sottolinea ne Il silenzio delle conchiglie è appunto questa sua incrollabile passione  per la cultura: “Conoscenza è gioia, perché la conoscenza – vasta e profonda – ci permette di distinguere il vero dal falso, le cose nobili da quelle meschine (…) se in queste pulsazioni non si riesce a percepire uno slancio verso il cielo, allora vuol dire che is è proprio sordi alle armonie della vita“. Una passione che sfida anche le difficoltà tecniche dell’epoca, in cui i testi accademici in braille erano di ancor difficile reperimento e la traduzione manuale (le lettere vengono compitate una per una sul palmo della mano) un metodo piuttosto difficoltoso; Keller, in ogni caso, non si fece mai scoraggiare: “Chiunque voglia raggiungere la vera conoscenza deve scalare la Montagna delle Difficoltà“.

71+4i5Z8MgLA parte la ricostruzione del suo percorso accademico e delle sue letture, dal racconto di questa vita straordinaria emerge anche il racconto di una donna dal carattere complesso, sfaccettato, determinato. Il suo stile è comunque ancora pienamente tardottocentesco, manierato e sempre prudente, in alcuni casi ricorsivo, che solo in alcuni punti più delicati riesce a sciogliersi in una vera spontaneità. Non nascondo che in alcune pagine, nonostante la grande tenerezza e il coinvolgimento con cui Keller descrive se stessa e il suo entourage, si avverte comunque un pizzico di autocompiacimento quasi antipatico, di distante freddezza, di sforzo continuo nel scrivere di sé un ritratto il più possibile positivo e agiografico (si veda in particolare l’episodio del racconto “Il re del gelo”). Un dettaglio fa suonare, ad esempio, un campanello: Keller ricorda più volte e con grande enfasi il suo amore per i libri (“La letteratura è la mia Utopia. Lì non sono privata dei miei diritti. Non vi è nessuna barriera dei sensi che mi esclusa dal discorrere amabile e generoso dei miei amici libri“), ma non esita a far scivolare una dichiarazione che ci restituisce la sua vera indole apparentemente puritana e civettuola: “Al pari di Mr. Howells, sarei favorevole al fatto che la letteratura del passato venisse epurata da tutto ciò che di cattivo e barbaro vi è in essa“.

Ma a parte le considerazioni soggettive sul carattere di una donna, resta l’importanza di un’autrice che ha raccontato al mondo, grazie ai suoi libri e poi alle varie iniziative benefiche dell’associazione a lei intitolata, un universo ai più sconosciuto. Visse in un’epoca di grande fermento, in cui molto si fece per migliorare la condizione dei sordociechi, attorniata da grandi personalità come Mark Twain, il suo finanziatore occulto J.P. Morgan e l’inventore Alexander Graham Bell (“Il suo lavoro per i sordi vivrà nel tempo e andrà a beneficio di generazioni di bambini che ancora devono nascere e il nostro amore per lui deriva non solo dalle sue scoperte, ma anche dall’amore che ha suscitato negli altri“). Rimane anche la profonda umanità con cui lei, mai abbattuta dalla sua condizione, ha testimoniato a milioni di lettori la propria forza di vivere e la propria volontà di conoscenza, sempre impreziosita dalla continua, straordinaria meraviglia di un mondo che supera le semplici barriere sensoriali: “Ogni bambino sordo che abbia seriamente provato a esprimersi con parole che non ha mai sentito – che abbia provato ad uscire dalla prigionia del silenzio, dove nessun tono dell’amore, nessuna canzone di uccello, nessuna melodia attraversa il silenzio – non potrà dimenticare la sorpresa, la gioia della scoperta che l’ha investito nell’atto di pronunciare la prima parola“.

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