John Fante in Italia

La storia di John Fante è, più di quanto si possa ovviamente pensare, legata all’Italia. L’autore di Ask the Dust nacque nel 1909 da una famiglia di italiani immigrati negli Stati Uniti: il padre, Nicola, era originario di un piccolo paese chiamato Torricella Peligna, in Abruzzo. E la convivenza, ma anche lo scontro, fra la componente culturale americana e le origini italiane nelle diverse generazioni di emigrati sarà uno dei temi fondamentali della sua narrativa, oltre alla povertà della Grande Depressione e le travagliate carriere di chi decide di vivere di scrittura. Ma l’Italia è presente nella vita di Fante in modo forte anche dal puro punto di vista biografico: ormai un piuttosto affermato sceneggiatore ad Hollywood, fu inviato nel nostro Paese per tre volte fra il 1957 e il 1960. Fu a Napoli e a Roma, città da cui inviò parecchie lettere accolte nel volume Tesoro, qui è tutto una follia (traduzione di Alessandra Osti, Fazi, 1999; ora quella corrispondenza è confluita in Lettere 1932-1981, Einaudi, 2014).

IMG_0896.JPGQuando Fante arriva in Italia, luogo in cui vuole ambientare i suoi prossimi script data la grande voga europeistica e soprattutto l’amore per il Bel Paese da parte della cinematografia statunitense dell’epoca, è già un nome conosciuto al pubblico nostrano. Come ricorda Francesco Durante nell’introduzione al volume appena citato, un brano del suo Until Spring, Bandini era stato selezionato da Vittorini per l’antologia Americana (1941), mentre nello stesso 1957 uscì nelle sale Piena di vita, film tratto dal suo romanzo Full of life. Nel 1940 la critica aveva ben accolto quello che allora era tradotto come Il cammino della polvere (oggi Chiedi alla polvere, Einaudi) e gli stessi Arnoldo e Alberto Mondadori si interessarono più volte ai diritti delle sue opere, addirittura scrivendogli direttamente proponendo la scrittura di un brano originale appositamente pensato per una raccolta di racconti per ragazzi, progetto poi mai andato in porto (sarà Fante medesimo, nel 1964, a scrivere direttamente al “signor Mondadori“: “Fui molto dispiaciuto di scoprire, mentre ero in Italia tre anni fa, che non stavate più pubblicando i miei romanzi“). In definitiva questo legame con le radici italiane è per Fante un campo di espressione aggiuntivo e, come ricorda Durante, “il rapporto profondo di Fante con la cultura e la società italo-americana dovrà essere (…) riconosciuto come il motore più potente della sua opera“.

E questo rapporto con la nazionalità italiana, anzi proprio con l’Italia, è in Fante intenso quanto contraddittorio. Lo si può notare dalle numerose e spesso incoerenti lettere che lo scrittore invia soprattutto alla moglie Joyce. Il fatto è maggiormente comprensibile se si pensa che il soggiorno di Fante inizia a Napoli, città di per sé stessa ricca di complessità: “I poveri di Napoli vivono in centinaia di migliaia nei vicoli (…) la loro è una povertà disperata, una monotonia senza fine di giorni e anni che si allungano e si allungano, e non c’è possibilità di uscirne, di poter cambiare. Le loro donne sono grasse, gonfie. Capisco perché. Non c’è davvero altro da fare se non mangiare e fare figli“. La miseria italica salta subito all’occhio dell’americano che ha visto il vero benessere, ma ciò non lo distoglie anche dagli aspetti positivi, che sfociano quasi nello stereotipo: “La cortesia è stupefacente. Ognuno fa del suo meglio per farti stare bene. Nessuno è scortese. (…) È maledettamente difficile smettere di mangiare. La pasta è paradisiaca“; oppure: “Per qualche motivo quasi tutti qui, persino i poveri, portano dei vestiti di sartoria. Il più disgraziato degli accattoni ha il suo sarto personale“. Nemmeno la proverbiale “creatività” nel rispettare le regole sfugge a Fante: “Il fatto è che guidare una macchina in Italia è pericoloso. Non sembra che ci siano delle leggi. Fanno delle conversioni a U quando gli pare, guidano a sinistra o a destra, salgono sui marciapiedi, buttano giù i pedoni, suonano il clacson come dei matti…”

IMG_0898.JPG
A Roma le cose per Fante vanno leggermente meglio, anche se deve avere a che fare col temibile produttore De Laurentiis e lavora talmente tanto da firmarsi nelle missive alla moglie come “il tuo affezionato schiavo“. La città lo impressiona in modo eccezionale: “il cielo è sempre squisito, attraversato da nuvole bianchissime, accecanti. Le notti sono calde e irreali, fantastiche, quasi troppo perfette. Direi che questa città è più bella di Parigi, ma per qualche motivo non è carica dell’elettricità di Parigi. È inutile cercare di vedere tutto. Mi dicono che ci vuole una vita, e ci credo” (della capitale francese, in lettere precedenti, aveva detto: “Parigi è la vagina del mondo civilizzato. Trasuda sesso,semplicemente. Tutto e tutti sembrano farne parte. Ci sono donne dappertutto, sembrano milioni (…). Tutta la faccenda è una gigantesca storia d’amore cosmica“). Il problema rimangono gli italiani e, anche all’interno dell’industria cinematografica, Fante esprime giudizi brandendo l’accetta della sua visione americocentrica: “Ci sono sei milioni di comunisti in Italia. L’intera industria del cinema, con piccole eccezioni, è dell’Intellighenzia Rossa del tipo che prevaleva a Hollywood. Si possono identificare facilmente perché danno tutti voce a cliché anti-americani. (…) Ovviamente tutti i finocchi sono rossi“.

Nessuno dei vari progetti filmici a cui Fante lavorò in Europa vide mai lo schermo. Non si sa bene cosa rimase allo scrittore dei suoi mesi trascorsi in Italia. Di sicuro un giudizio estremamente negativo sui suoi abitanti: “[Gli italiani] non sono affidabili, semplicemente. Prendono appuntamenti, promettono, giurano, e non lì senti più“. Ciononostante è fondata la sensazione che le radici italiane fossero profondamente presenti nelle sue riflessioni e poi nella sua produzione narrativa, anche successive: in alcune lettere da Napoli e da Roma fa riferimento a persone legate al paese d’origine del padre, che gli fanno visita o di cui viene a conoscenza, contatti che si dimostra intenzionato ad approfondire. Tornato in patria, nella seconda parte della sua carriera letteraria (alla fine degli anni Settanta l’interesse di Bukowski, suo grande fan, fece ripubblicare Ask the Dust riportandone in auge l’autore), mise a punto ben due opere, My Dog Stupid e The Brotherhood of the Grape, in cui i temi dei conflitti generazionali connessi con l’identità culturale trasmessi nell’eredità paterna sono estremamente presenti. Di fatto Fante non smise mai di essere italoamericano per mettersi la casacca di solo “italiano” (come vorrebbero alcuni critici dell’epoca), ma proprio questa sua duplicità rende interessanti i commenti sul nostro Paese, divisi fra incolmabile appartenenza e stereotipico distacco.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s