Birdman, Carver e l’irrealtà della realtà

hr_Birdman_1Di cosa parla Birdman, il film di Iñárritu fra i più premiati della fine dell’anno scorso è destinato a vincere molti dei nove Oscar a cui è candidato? È forse difficile dirlo: la trama è talmente stratificata e volutamente sfuggente da confondere quasi lo spettatore, immerso com’è nel continuo piano sequenza che fluidifica lo stile registico: parla della difficoltà di accettare il declino della celebrità? Dell’inevitabile annichilimento portato dalla vecchiaia? Delle contraddizioni legate all’industria teatrale e cinematografica? Dei fantasmi egotici che insidiano la nostra percezione della realtà? Parla infine anche di amore? Forse parla di tutto ciò e al contempo di niente di tutto questo: nel continuo e sottile gioco messo in campo fra iperrealismo e fantasia rarefatta, il finale tende a farci prendere il volo verso quest’ultima.

Birdman è essenzialmente la storia di Riggan Thomson, un attore reso famoso da una vecchia saga di film su un supereroe con tanto di becco, ali e piume, che fa fronte alla sua celebrità appannata (e a una vita familiare e sentimentale traballante) riciclandosi impegnato autore teatrale e adattando il racconto di Raymond Carver What we talk about when we talk about love. La storia inizia la sua stratificazione di sottotesti e metacitazioni proprio a partire dal protagonista, Michael Keaton: attore di grande fama negli anni Ottanta, raggiunse l’apice della carriera agli inizi dei Novanta con i primi film di Batman per poi far perdere le sue tracce e ritornare appunto in auge ora interpretando un ruolo per così dire piuttosto autobiografico (senza che la cosa tanga in qualche modo la sua sofferta, tumefatta interpretazione).

Proprio l’aspetto più interessante della pellicola, dal punto di vista letterario, è il suo riferimento al racconto di Carver. Tradotto in italiano come Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (ora all’interno di Principianti, nell’edizione Einaudi a cura di Francesco Durante e con la copertina di Shout), è un breve racconto incentrato su due coppie di moglie e marito che si ritrovano a bere gin attorno al tavolo di una cucina. Evidentemente ubriachi riflettono sulla natura dell’amore, in particolare sulla sua forma più assoluta, attraverso due vicende: quella dell’ex fidanzato di una di loro, Terri, che la amava talmente – dice lei – da arrivare a picchiarla quasi a morte; e quella di una coppia di anziani vittime di un terribile incidente stradale, i quali si salvano nonostante le gravi ferite con tutta disperazione tuttavia dell’uomo che, immobilizzato, non può vedere in viso la sua amata.

Questo racconto è uno dei capolavori della tecnica al negativo di Carver: affascina il lettore attraverso storie laterali, marginali, apparentemente incoerenti; solo alla fine si può cogliere il senso generale (spesso di disfatta, di inconcludenza esistenziale) che domina il quadro completo. Allo stesso modo fa Birdman. La tecnica cinematografica, come detto, segue in modo quasi ossessivo i personaggi del film, passando da uno all’altro senza evidenti stacchi di montaggio. Eppure c’è una scena molto significativa che può segnare un interessante parallelo con lo scrittore americano: mentre sul palco del teatro di Broadway si sta consumando una delle scene principali della rappresentazione, durante una delle ultime cruciali anteprime che segneranno il destino dell’intera compagnia, la camera stacca e si concentra su un corridoio vuoto. Sta ferma lì dove non succede alcunché, mentre la vera materia narrativa sembra svolgersi altrove. Lo stesso faceva Carver: davvero ci sta parlando di quattro amici che si ubriacano facendo discorsi filosofici? Davvero ci parla di due vecchi moribondi? La sua raffinatezza è questa: illumina scene dall’apparente insignificanza per mostrarci non solo quell’insignificanza, ma anche quanto il non detto può essere pregnante.
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Uno dei piani narrativi su cui il film di Iñárritu lavora maggiormente è la surrealtà che s’intrufola in modo sempre più insistente nel preteso iperrealismo che domina la maggior parte delle scene. In uno sdoppiamento bipolare, Riggan è ossessionato dalla voce dell’eroe che interpretava, una specie di coscienza maligna e autodistruttiva; man mano che il film procede l’uomo stesso assume i superpoteri di Birdman. Ma anche gli altri interpreti (spiccano Naomi Watts e Edward Norton) sono irrimediabilmente catturati in una doppiezza: viene da chiedersi se siano più finti i personaggi dell’adattamento carveriano o gli attori che portano in scena quei personaggi (o ancora: gli attori che interpretano quegli attori).
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Metateatrale, metaletterario, metatutto, Birdman è un film brillante e multisfaccettato che di questa ultrareferenzialità è quasi vittima. Alla fine è veramente tutto finto, tutto costruito ad arte, persino il film stesso, scandito com’è da una colonna sonora a percussioni incessanti il cui scopo è anche quello di tenere sempre accesa l’ansia dello spettatore. Eppure l’obiettivo, se si vuole individuarne uno solo, è centrato: il realismo carveriano è superato e annullato da un’esistenza che si abbandona irrimediabilmente alla fantasia (alla teatralità? alla letteratura?) come unico modo di sfuggire all’amara realtà. Sennò ci si può sempre buttare dalla finestra.

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