Piccole Gonne di Alessandro Fullin a Milano

Per me Piccole Donne, il bestseller protofemminista del 1868 di Louisa May Alcott, è stato una specie di persecuzione infantile: puntualmente quasi ad ogni Natale e ad ogni replica utile in tv, mia madre m’imponeva la visione della trasposizione cinematografica, rigorosamente quella del 1949 con Janet Leigh e Elizabeth Taylor. Finiva sempre con lei disperata in una valle di lacrime e io afflitto dalla più cupa tristezza (e terrore per la mia incolumità), soprattutto pensando a Beth, la più cagionevole delle sorelle March protagoniste del libro, che fa ovviamente una fine inevitabile in un romanzo strappacuore come questo.

Non muore fortunamente nessuno, invece, in Piccole Gonne, la reinterpretazione teatrale scritta e diretta da Alessandro Fullin, arrivata a Milano dopo un tour partito a dicembre, dove rimarrà fino all’8 marzo al Teatro Martinitt. In questo “infeltrimento teatrale di un classico della letteratura americana” – come lo definisce lui – Fullin, con la sua verve comica e delirante, interpreta la signora March, madre solitaria (suo marito è arruolato nella guerra di Secessione, anche se è “finita 12 anni fa“) che cerca di piazzare le sue quattro figlie ai migliori pretendenti possibili: sebbene ognuna di esse abbia un (discutibile) talento artistico, la loro condizione non proprio abbiente e le idiosincrasie di una famiglia puritana ma sconclusionata complica la missione di accasarle. Fra le qualità peculiari delle sorelle March c’è anche quella di essere interpretate, in questa piéce, da altrettanti attori en travesti. Accanto a loro un pretendente “multiforme” e un’avara zia che (forse) è l’unico tocco di autentica femminilità in scena. Ne esce una commedia camp degli equivoci (o delle frasi equivoche), in cui la rigidità dell’America ottocentesca è ribaltata in richiami all’attualità e alle identità di oggi (sul palco salgono perfino Obama e la Merkel).

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Un aspetto interessante dello spettacolo è anche l’ostentata povertà dei mezzi di scena, volutamente sottolineata in un continuo strizzare d’occhio al pubblico: dall’arredamento Ikea agli scialli “immaginari”, dalle gonne che diventano (letteralmente) navi dipinte alle staccionate ridotte ai minimi termini. Tutto è incentrato sul talento attoriale, in particolare di Fullin che in ogni aspetto – dalla mimica alla vocalità fino all’ironia tagliente di molte battute – incarna alla perfezione il ribaltamento comico degli standard e la presa in giro di convenzioni che, anacronistiche già due secoli fa, a volte cercano di rifarsi strada anche ai giorni nostri.

Lo spettacolo ha una marcata dimensione camp, che fonde la tradizione alla Paolo Poli con inserzioni più da avanspettacolo: lo si vede soprattutto nei balletti e nelle coreografie, musicate con pezzi pop contemporanei ad aumentare lo straniamento cronologico rispetto ai tempi della Alcott. Ecco, forse proprio questi intermezzi dance e in generale gli scivolamenti verso un intrattenimento un po’ “facile” sono i punti deboli (peraltro concentrati soprattutto nella seconda parte) di un’opera teatrale che parte da una godibilissima intuizione di rivisitazione letteraria.

Piccole Gonne, scritto e diretto da Alessandro Fullin, con Alessandro Fullin, Tiziana Catalano, Sergio Cavallaro, Simone Faraon, Paolo Mazzini, Mario Contenti, Ivan Fornaro. Al Teatro Martinitt, Milano, fino all’8 marzo.

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