Plurali ma non banali: un nuovo modo di concepire il futuro

Porre doman35 - Vineis_115x180_DEFde, comprendere le dinamiche nascoste nelle strutture che gli umani stessi hanno creato, sviluppare nuove narrazioni liberatorie, mettere l’accento sulla consapevolezza delle conseguenze“: sono questi gli obiettivi di Homo pluralis (codice edizioni), il saggio che Luca De Biase, fondatore di Nòva del Sole 24 ore ed esperto di digitale e piattaforme civiche, ha scritto per suggerire un nuovo modo di guardare al nostro futuro sempre più caratterizzato dalla rete e dalla tecnologia.

In un momento in cui c’è chi mette in atto “la banalizzazione della rete come grande manipolatrice delle coscienze“, dice De Biase, si avverte la necessità “di una narrazione di prospettiva, di un’idea nuova di progresso“: è indubbio che il mondo digitale come sta evolvendo in questi decenni è parte integrante della nostra vita, ma è anche vero che questo progresso siamo noi stessi a costruirlo. De Biase argomenta infatti come sia indubbio che “la rete è parte del paesaggio storico attuale“, ma sostiene anche che Internet “come un liquido assume la forma del suo contenitore“, dunque sta a noi progettare e sfruttare questa sua straordinaria malleabilità.

Non basta accontentarsi di scenari fantascientifici apocalittici in cui le macchine controllano le menti e le azioni degli individui, anche se è vero che a tutt’oggi “le persone costantemente connesse alla rete sono già una realtà e vivono in simbiosi con programmi-robot che comprendono il senso dei testi pubblicati nei social network e ne tirano fuori conoscenze al servizio del marketing e della finanza“. Nella nostra cultura la distinzione fra virtuale e reale si sta assottigliano sempre più lasciando il posto a un’integrazione dei media nella nostra quotidinianità.

Attingendo dalla neuroscienza, dall’etologia, da quel campo in ebollizione che sono le digital humanities, ma anche dall’ecologia e dalla storiografica, De Biase cerca di tracciare una concezione dell’avvenire che si ponga come mediazione di tutte queste istanze: “La strategia migliore non è probabilmente né quella di privatizzare il futuro né quella di statalizzarlo, ma di trattarlo come un bene comune“. Mettere in comune significa concepire l’essere umano come plurale, in una situazione che quindi “sana la distinzione troppo drastica fra la dimensione individuale e quella collettiva“: ognuno conserva cioè la propria connotazione personale, non vi rinuncia in nome della collettività ma la affianca all’individualità di tutte le altre persone, come se il mondo fosse un grande social network sovrastrutturato.

Così riassunta può sembrare una conclusione banale, non lo è assolutamente, invece, se inserita nella ricca argomentazione di De Biase, che apre gli occhi su come il mondo (esterno e interno) funzioni già ampiamente a questo modo: dal funzionamento delle cellule del nostro cervello alle api che decidono il luogo migliore in cui creare il proprio nido.

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