Carlo Gabardini e tutti i coming-out della vita 

Carlo Gabardini è sceneggiatore e attore, noto fra le altre cose per aver firmato numerosi spettacoli di grandi comici italiani e la serie cameracafé (in cui interpretava il personaggio di Olmo), oltre che per un coming-out particolarmente pubblico e riuscito. Ora ha scritto per Mondadori un libro intitolato Fossi in te io insisterei. È la frase che gli disse suo padre il giorno in cui Gabardini gli annuncio di voler rinunciare agli studi teatrali dopo un prima, bruciante bocciatura. Proprio al padre di Gabardini, morto 15 anni fa, è rivolta questa lettera: una confessione, una dichiarazione d’amore e al contempo una liberazione, tutto mischiato in un libro che trasuda verità è che, oltre ad essere una storia familiare e di emancipazione scritta con grande sincerità, è un invito rivolto a tutti per accettare la diversità e il cambiamento. Qui raccolgo le domande e le risposte scaturite da una conversazione con l’autore a cui hanno partecipato anche i colleghi di altri blog letterari, fra cui Sul Romanzo, Amanti dei Libri, Panorama e Libreriamo. 

Dici nel libro che i morti possono anche diventare dei mostri: tuo padre stava diventano un mostro per te?  

Sì, perché dopo la sua morte si è trasformato in una voce che mi si è impiantata in testa, al punto che non riuscivo più a pensare autonomamente. E in effetti al suo funerale ho detto: “Il dialogo fra noi due non finisce qui”. Durante la stesura della lettera avevo la sensazione che mi giudicasse quotidianamente, ma nella realtà mio padre era molto meglio di quella voce che mi ero creato nella mia testa.

Ti ha sollevato scriverla? 

Sì, assolutamente. Trovo terribile dire che è stato terapeutico, ma davvero mi è stato d’aiuto, più che altro perché il mio rapporto con lui è cambiato. La prima parte del libro è infatti un recuperare ciò che è stato, in fondo avevo bisogno di salutarlo, di elaborare il lutto. Mi ha aiutato soprattutto a smettere di essere figlio, anche perché voglio iniziare a essere padre a mia volta.

Nella tua esperienza ha uno spazio importante il rivelare “in assenza” a tuo padre che sei gay. 

Non è un libro sull’omosessualità, sarebbe come dire che i Promessi sposi sono un libro sull’eterosessualità. Però nel libro faccio coming-out intendendo dire che tutti dovremmo farlo, tutti dobbiamo riprendere in mano la nostra vita, anche a patto di deludere le aspettative rivelando qualcosa di inaspettato agli altri. Per certi versi gli omosessuali sono “fortunati” perché sanno già qual è il peso di cui si devono liberare nella rivelazione: gli altri devono cercarselo.

Ma quindi il coming-out a cosa serve? 

Io non sono di quelli che dice ai gay che devono fare per forza coming-out. Ci tengo però a testimoniare che il coming-out ti dà un energia incredibile, e questo vale per tutti i coming-out della vita, quelli di ognuno di noi: coming-out è anche dire alla propria moglie che non la si ama più, o dire in una famiglia di ingegneri che invece si vuole fare l’artista. E voglio che questo sia utile a recuperare la gioia: di farlo, di cambiare e di essere felici per quello che si è.

Cosa bisogna aspettarsi dalla reazione degli altri?

È difficilissimo anche riceverli i coming-out. È normale che dall’altra parte ci sia un assestamento, e va concesso. Di solito quando lo fai ci sono un sacco di domande che le persone si fanno nella loro testa ma non riescono a farti. Nel libro ci sono un po’ tutte le risposte a queste domande. Ovvio che mi domando come avrebbe reagito, il suo amico Ferruccio – Che è anche il mio padrino – mi ha rassicurato: “Tuo padre era intransigente con se stesso, ma non con gli altri”.

Nel non fare coming-out con tuo padre da vivo c’entra anche il fatto che tuo padre era religioso e vi avesse educato di conseguenza? /b>

La questione della mia omosessualità e quella delle fede, in realtà, non sono molto legate. Non l’ho fatto prima della sua morte soprattutto perché ci ho messo molto tempo a capire che era normale essere gay anche se la società non lo contempla come una scelta di famiglia e di vita possibile. Poi odio le etichette e non volevo che tutti mi considerassero solamente in quanto gay. Però mi dava anche fastidio che se non dici niente, allora sei automaticamente etero: quello non lo accetto e per questo da un po’ di tempo a questa parte lo dico a tutti e continuerò a farlo.

Com’è nato questo libro?

Era da molti anni che vari editori mi chiedevano di scrivere un libro, soprattutto dopo che avevo aperto Twitter, ma avevo svariati timori. Ringrazio Mondadori perché mi ha permesso di fare il libro che volevo veramente fare: c’era questa cosa che mi premeva, ne sentivo l’urgenza. Molte cose mi sono uscite di getto, senza pianificazione. E scrivendolo mi sono fatto anche dei gran pianti.

E mentre lo scrivevi pensavi sarebbe stato utile per qualcuno?

Le persone più disparate mi comunicano reazioni inaspettate: soprattutto perché parlo di prendere la vita in mano, di smettere di aspettare e di fregarsene del giudizio altrui. In fondo è il tentativo di raggiungere una maturità. È anche un modo per condividere ciò che mi ha insegnato mio padre, dei pezzetti di “risposta” ai problemi della vita di tutti, soprattutto se penso alla mia generazione, sempre un po’ sprecata o tagliata fuori. Insomma, l’ho scritto anche per quelli che dovrebbero fermarsi un attimo e capire dove vogliono andare.

Ma dopo questo libro, qual è la cosa che ancora qualcosa più ti manca di tuo padre? 

Penso a lui continuamente ma forse è il prendere il tè alla sera con lui, quando si parlava a bocce ferme di qualsiasi cosa con più calma e senza tensioni.

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