Maria De Filippi è la televisione 


Ieri sera ho visto un’ora del serale di Amici, il programma di Maria De Filippi che ormai presidia e sbaraglia il prime time del sabato televisivo. E anche vedendo una sola ora di quel programma  alla fine vien da concludere una sola cosa: Maria De Filippi è, oggi, la televisione Italiana.

Piaccia o meno, lei è l’unica (con la Fascino, la casa di produzione di sua proprietà) ad avere la potenza di tiro, soprattutto a livello di budget, per creare uno show televisivo con tutti i crismi, la varietà e la creatività richiesta (da questo discorso va escluso X Factor, che è comunque l’unico possibile rivale in termini di autorialità e messa in scena, ma è rivolto a un pubblico scelto come quello di Sky).

Che De Filippi abbia il successo e il riconoscimento che ha spiace soprattutto a quell’area pretenziosa che crede che i suoi programmi siano rivolti solo alla parte più becera della popolazione. In realtà (in partenza) lo sono, ma questo non significa che non siano prodotti televisivi curati qualitativamente. Ieri sera Virginia Raffaele, scelta in un’ennesima geniale trovata defilippiana come presenza comica fissa di questa edizione, interpretava la criminologa da salotto televisivo Roberta Bruzzone che a un certo punto torchia la conduttrice per farle ammettere: “Tu, ‘Moria’ De Filippi, sei il Demonio!“. E questa è una verità assoluta: De Filippi è un demonio televisivo, un’entità accattivante e pervasiva, che quasi tutti abbracciano o sono tentati di abbracciare anche se non osano ammetterlo. Epperò, nonostante i sopraccigli alzati, il suo impero “del male” domina incontrastato il palinsesto di Canale 5 (che oltre a lei, alla fin fine, può contare solo su altre due cartucce efficaci: Barbara d’Urso e il Segreto).

Amici, ad esempio, va avanti da 14 anni (io andavo alle medie) e – da quel che so indirettamente – non è mai stato un anno uguale a quello precedente: sono cambiate le squadre, le categorie, i giudici, i criteri di eliminazione, la scelta degli ospiti. De Filippi ha capito che questo suo asso nella manica, un talent nato prima dei talent e ancora oggi in onda in un periodo in cui i talent hanno raggiunto il picco (per la verità già calante), per resistere agli anni e alla concorrenza doveva alzare sempre più l’asticella: Sabrina Ferilli e Loredana Berté giudici per coprire tutto lo spettro di pubblico (qualitativamente e anagraficamente), gli accordi con le case discografiche per legittimarsi discograficamente, cantanti nazionalpopolari non nati dalla sua scuderia come Elisa e Renga per darsi un tono anche musicalmente, i duetti dei concorrenti con grandi nomi da Tiziano Ferro a Massimo Ranieri, gli ospiti radical chic come Saviano e il suo Dostojevski e Renzi col suo chiodo di pelle come dire: “Il mio programma ha più contenuti di quanto vogliate semplificare voi critici di sinistra“.

Il serale di Amici è, tecnicamente, una grande macchina da guerra perfetta per il sabato televisivo: ecumenica, ben curata, movimentata nella sua alternanza di momenti spensierati e altri più di pathos, di una lunghezza estenuante però variamente e sapientemente riempita, perfino con un product placement talmente vasto da stare tranquilli a livello di costi. E la gara? Quella è se vogliamo divenuta, giustamente, il pretesto per mettere in piedi lo show: come molti sanno De Filippi è famosa, a differenza che in altri talent, per seguire i vincitori che escono dal programma e di fargli da nume tutelare anche successivamente, vedi Emma, Alessandra Amoroso o i freschissimi Dear Jack (ma citofonate Scanu Valerio, per un’opinione differente); eppure questo sistema ‘filiale” non può continuare in eterno e anche i concorrenti delle edizioni recenti sono più un riempitivo che un vero valore aggiunto. E questa è un’altra trovata defilippiana: trasformare una gara di artisti wannabe da competizione rivolta ai loro giovani coetanei in uno show popolare dal pubblico vastissimo. Il caso è da manuale di storia della televisione: nella sua originaria collocazione su Italia1 con la conduzione di Daniele Bossari il programma andava malissimo, a rischio chiusura (si chiamava ancora Saranno Famosi), e invece lei – che all’inizio l’aveva solo ideato e prodotto – se l’è preso in carico, lo ha adottato nella conduzione e trasformato gradualmente traghettandolo su Canale5 e ai fasti che ancora oggi vive.

Mentre tutti la pensano nella sua bolla di bassezza televisiva, lei lavora, annusa l’aria e, soprattutto, cambia. Le stesse metamorfosi, infatti, sono state applicate agli altri due programmi che rendono solido il suo regno (Italia’s Got Talent, divenuto ora Tu sì que vales, è un discorso leggermente diverso): Uomini e Donne ha smorzato i toni e i partecipanti aprendosi anche ad altre fasce di età, perfino con gli over 60; C’è posta per te ha evitato il logoramento delle storie attraverso tecniche narrative più complesse e scenografiche, con il buon uso di grandi ospiti anche internazionali, ma soprattutto riuscendo a mettere a punto un sistema di registrazione delle puntate che dura praticamente tutto l’anno e ottimizza tempi, resa e soprattutto costi. Ancora una volta i costi, sì: per Mediaset De Filippi è una risorsa irrinunciabile perché è principalmente una businesswoman che sa far quadrare i conti e soprattutto riesce a metter su programmi efficaci e efficienti con quel che le danno (e se non glieli danno, cerca altrove: vedi lo stesso daytime di Amici trasformato in brand crossmediale su internet e su RealTime, quando Canale5 gli preferiva, appunto, gli ascolti a costi zero della soap pigliatutto Il Segreto). Pochi danni, tanta resa: in tempo di crisi il meglio che si può pretendere.

A questo punto non vogliamo fare un’apologia completa di De Filippi: lei ha introdotto e cavalcato una formatizzazione della pornografia dei sentimenti, del dolore e della volgarità in anni in cui la nostra televisione (il nostro Paese?) era particolarmente vulnerabile e vacua. Il vero problema però non è stata lei che ha fatto il suo lavoro ma tutto il codazzo, sulla stessa e su altre reti, di conduttori e programmi che ne hanno imitato pedissequamente il modello. Ma loro non erano De Filippi e i risultati si sono visti.La vera problematica è che a De Filippi la televisione italiana non ha mai contrapposto un’alternativa valida: lei intelligentemente ha notato il vuoto che c’era dall’altra parte e ha fatto ben più di riposare sugli allori, si è migliorata continuamente aumentando il divario (ho visto per mezz’ora anche il concorrente di ieri sera, Senza Parole di Antonella Clerici, un mix redivivo di Carramba e Il treno dei desideri, regolarmente annientato a livello di ascolti e sulla cui pochezza di mezzi e idee è meglio volutamente tacere). Quindi la sua non è la migliore televisione possibile in assoluto, è solo – almeno dal punto di vista della realizzazione – la migliore televisione che c’è ora e che possiamo permetterci. L’unica che ci meritiamo, forse.

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